Vuoto a rendere

“Quando voltandoti indietro nella tua vita cercherai i volti dei tuoi assassini, avranno tutti il tuo.”


Non so dove ho letto questa frase, non so neanche se effettivamente l’abbia letta. Sono giorni che cerco di trovarne l’autore, ma non ci riesco. A questo punto suppongo di averla

immaginata, quasi come se fosse un flusso di coscienza, una sintesi di un’elucubrazione. Quando penso a ciò che mi manca, ai vuoti che sento, mi chiedo anche il motivo della loro assenza. Ogni volta cerco scusanti, imprevisti o qualche agente esterno che possa variare il risultato, e ogni volta questa ricerca mi conduce di fronte ad uno specchio che riflette la ragione ultima di quella mia incompletezza: me stesso. Una coscienza che attribuisce una gravità ulteriore all’animo struggente da sostenere. Ma è davvero un peso un animo grave? Cosa può farsene una persona della leggerezza? Quanto è sopravvalutata. Quel sentirsi una foglia navigata dal vento, trasportata in giro per i luoghi della vita. Vagare nella propria esistenza senza volontà alcuna, inermi, senza direzione o ambizione, senza un senso del dovere rispetto all’altro o al resto. Cosa è questo se non la negazione

della libertà? La negazione dell’uomo? Disprezzo profondamente questa leggerezza; chi la pratica, chi la predica. Solo una cosa mi preme e mi perplime della gravità: praticarla eccessivamente. Il rischio è di fare come Achille e la tartaruga: concentrarsi troppo sulla metà e tralasciare la meta. Gravare eccessivamente il nostro animo ci fa fermare sempre ad una metà dal traguardo. Se abbiamo però l’audacia di percepire quel peso, e di fare non solo lo sforzo di portarlo, ma di trovare addirittura il coraggio di appesantirlo quando serve ed avere anche l’ebbrezza di portarlo fino al traguardo, siamo non solo in grado di giungere alla meta, ma di giungerci consci di tutte le metà che abbiamo superato.


Giuseppe Lavitola, VB



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