STRAGE DI CAPACI: IL RICORDO DI ANGELO CORBO

Salve a tutti, ragazzi e professori, e buon inizio del nuovo anno scolastico. Quest’anno, dopo la fantastica esperienza dello scorso, abbiamo deciso di continuare la rassegna “Alcuni uomini”, che tratta di informazione e lotta alla mafia, sul nostro amato giornalino. Sperando l’idea possa piacervi, abbiamo deciso di iniziare proponendovi un estratto di un’intervista che siamo riusciti ad ottenere da un agente, tra i sopravvissuti, della scorta di Giovanni Falcone, presente a Capaci il giorno della strage: il dott. Angelo Corbo. Poiché l’intervista era troppo lunga per poterla riportare per intero in una pagina di giornale, abbiamo deciso di proporvi la risposta integrale alla prima domanda e poi di inserire delle brevi ma significative frasi, tratte dalle risposte che il dott. Corbo ci ha dato a ogni domanda. Tuttavia, invitiamo, chiunque dovesse apprezzare, a guardare l’intervista per intero dal link https://youtu.be/4y9wPfx0Rx0 . Augurandovi ancora un buon inizio anno, vi invitiamo a una buona e, speriamo, sempre più appassionata lettura.

Raffaele e Alessandro.

- 23 maggio: sono ormai 29 anni... Cosa può raccontarci di quel giorno? -

Innanzitutto permettetemi di ringraziarvi per avermi invitato a parlare a voi, ai vostri compagni d’istituto e magari alla vostra sfera di conoscenza. Questa, sapete, è una premessa molto significativa. Perché sapere che ragazzi di 17/18 anni, la quale credo essere la vostra età, si interessino a questo problema (criminalità organizzata e mafia), abitando tra l’altro in una regione fuori dalla Sicilia, dalla Calabria o dalla Campania, è molto significativo. Ho apprezzato molto la vostra richiesta e cercherò di essere sincero. Sapete benissimo quello che è successo ieri sera, sapete benissimo come mi posso sentire io o almeno potete immaginarlo. Stiamo parlando chiaramente della scarcerazione di Giovanni Brusca (era il 1 giugno il giorno dell’intervista), artefice dello schiacciamento del pulsante del telecomando che ha fatto brillare i circa 500 kg di tritolo posizionati sotto l’autostrada. Detto questo, quindi: cosa ricordo di quel giorno? È chiaro, quando faccio gli incontri con i ragazzi dico che era una normalissima giornata di servizio per noi. Io, come ho già detto, ho iniziato a far parte della scorta di Giovanni Falcone dal 1990, e, appunto, dal primo giorno di servizio in quella scorta, poiché ero in polizia ormai da qualche anno, già sapevo di che cosa si trattasse. Sapevamo che una volta che accettavamo quest’incarico, diventavamo dei bersagli, diventavamo quello che Giovanni Falcone stesso si definiva: un morto che cammina. Sappiamo tutti, voi non eravate neanche nel pensiero dei vostri genitori, perché siete molto piccoli, ma sappiamo benissimo che in quegli anni, lo avrete anche letto, Falcone rappresentava il pericolo numero uno per la mafia e non solo per la mafia. Direi che rappresentava un pericolo per tutti coloro che con la mafia facevano affari. Per questo Falcone era ostacolato da tutti, ostacolato dai suoi compagni di lavoro, dai suoi colleghi, dalla città dalla gente normale, e non era considerato un bene, non era ben visto. Era uno che spesso veniva etichettato come quello che non si faceva gli affari suoi e rovinava l’economia di una società. Quindi era un uomo solo, che aveva deciso di dare veramente tutta la sua vita a una causa: quella di dare dignità a un popolo, a una nazione. Quindi lui stesso si definiva un morto che camminava e di conseguenza anche chi faceva parte della sua schiera di collaboratori, e quindi anche noi della scorta, entrava a far parte di quegli uomini morti che camminano. Quindi, quel giorno per noi, di fatto, non c’era nulla di diverso dal maggio del ‘91 o dal luglio del ‘90: era una normalissima giornata di servizio e, consci dei rischi che si correvano a fare questo tipo di servizio, lo facevamo con tutte le nostre possibilità andando incontro a tutte le situazioni difficili e particolari. Laddove il nostro prestare servizio, voleva dire lottare contro una burocrazia o un’organizzazione non sempre evidente, ma lo si faceva perché Giovanni Falcone per noi rappresentava un’icona. Per me e per la mia generazione, ma per me in particolare, che nasco e cresco negli anni ‘60 a Palermo e ho avuto modo di capire chi fosse davvero Giovanni Falcone, egli rappresentava un’ancora di salvezza, era veramente quella persona che poteva riportare di nuovo la dignità a noi palermitani, siciliani e italiani. Quindi fare servizio con lui significava anche questo: accettare i rischi a cui questo tipo di lavoro ti esponeva. Quindi era una giornata normalissima di lavoro, che purtroppo poi è stata travolta da quella che io chiamo codardia, da parte dei mafiosi. Dico codardia perché, Brusca, i suoi scagnozzi o chi stava con lui su quella collinetta, così come coloro che hanno organizzato la strage, sono stati talmente vigliacchi da non essere stati in grado di affrontarci a viso aperto, ma hanno dovuto fare una azione militare direttamente distruggendo non solo la scorta e la personalità Falcone, ma anche tutto ciò che c’era intorno a quel tratto di autostrada. Ragazzi se voi guardate le immagini, vedete benissimo che non c’è solamente la scorta, e quindi la personalità, in quel tratto di autostrada alle 17:58 del 23 maggio. Ma c’erano altre persone: poteva passare anche un vostro congiunto, un vostro familiare, poteva passare un bambino! E loro non hanno avuto, veramente, nessun rimorso a schiacciare un pulsantino e far brillare l’intero tratto. Perché dico questo ragazzi? Perché io stesso ricordo spesso, e lo ricordo anche nel mio libro, che pochi chilometri prima, avevamo superato un pullman con dentro dei ragazzi più piccoli di voi, che probabilmente erano in gita scolastica. Ebbene io son sicuro, chiaramente non ce n’è la riprova, ma io son sicuro che Brusca o chi per lui, perché non è detto che sia stato Brusca a schiacciare il pulsantino, non avrebbe esitato ad azionare il telecomando, pur magari vedendo un pullman con una cinquantina di ragazzi, di bambini, in quel luogo.

- Quali sensazioni affiorano, mentre ricorda quei fatti? -

Le sensazioni sono i ricordi impressi nel mio cervello, ricordi che purtroppo risultano essere indelebili e che rimarranno lì, per sempre. Ricordi che tra l'altro non riuscirei a cancellare nemmeno con l'ausilio di psicologi e specialisti... Durante lo scoppio l'unica sensazione percepita è stata il sollevarmi da terra e planare completamente insieme alla macchina, per poi ricadere violentemente su ciò che era rimasto dell'asfalto. […] Una delle ultime immagini che ricordo di Giovanni Falcone è lui che da uno dei finestrini della macchina ormai fumante ci guarda, rivolge lo sguardo verso di noi, con quegli occhi che chiedevano aiuto, aiuto che noi non gli riuscivamo a dare.

- Giovanni Falcone: il suo nome è ormai scolpito nella Storia italiana. Vorremmo chiedere a Lei un ricordo di questo grande uomo. Magari un aneddoto, un particolare... Ci dica dell'uomo Falcone... -

Falcone era un professionista ed era uno che ci credeva veramente alla sua missione. Credeva veramente che ognuno di noi doveva fare il proprio dovere per cercare di risolvere questo problema. Dunque egli ci metteva tutto sé stesso, era un personaggio perfezionista al massimo, non ci si poteva sbagliare nemmeno di una virgola poiché lo sbaglio era inammissibile. Tra noi della scorta e Giovanni Falcone c'era un normalissimo rapporto di professionalità: lui era lo scortato e noi la scorta. […] Anche lui amava la vita e amava divertirsi come noi, però è chiaro che la sua missione non gli permetteva assolutamente questo.

- Cosa deve affrontare, dentro (e fuori) di sé, un uomo che fa parte di una scorta? Come diventa la vita di chi combatte contro la mafia? -

Anche tu rinunci alla tua vita privata. Non vita privata nel senso che non hai più un identità ma chiaramente bisognava indirizzare tutto verso quel tipo di servizio. In quegli anni di giovinezza avevo perso tanti attimi di una vita familiare, ho perso tante cose che per la gente normale è indispensabile, come ad esempio fare delle feste con i propri familiari. Quando ho accettato il ruolo di scorta, ho iniziato a perdere tante piccole libertà. […] Dovevi dunque rinunciare completamente alla tua giovinezza

- Tutti noi abbiamo visto le immagini della strage. Cosa ha provato, Lei, di fronte alla realtà dell'autostrada squarciato, delle automobili annientate? Cosa cambia, nella vita e nell'animo di chi è passato in quell'inferno? -

Quello che ho provato io è quello che provano tutti gli esseri umani: paura. Non dobbiamo vergognarci della paura, poiché non esistono persone che potranno dire di non aver mai avuto paura di niente e di nessuno. […] Noi, quando scendemmo da quella macchina, eravamo pieni di paura, poiché ci sentivamo come soli in mezzo ad un deserto. […] Per noi sopravvissuti, rimanere in vita dopo quel giorno tuttavia non diventa più un premio ma una sfortuna, poiché chi rimane in vita è costretto a morire ogni minuto.

- Cosa è cambiato, se è cambiato, nella coscienza e speranza collettiva dei siciliani? Cosa hanno significato, per il siciliano onesto, le storie di Capaci, Falcone e Borsellino? La pubblica opinione in Sicilia ha raggiunto una consapevolezza riguardo queste realtà? -

In questi anni ho potuto certamente notare un piccolo risveglio da parte dell’opinione pubblica, soprattutto da parte dei ragazzi più giovani, ma devo dire anche che in questi 20 anni nulla è cambiato. La gente continua a fare affari con la mafia. Solo voi ragazzi vi siete resi conto che la mafia non è un problema solo meridionale ma è un problema nazionale. […] Ricordiamoci che se la mafia entra nei vari tessuti sociali, è perché qualcuno glielo permette.

- In questi ultimi giorni abbiamo visto il coraggio di Condorelli: Lei, cosa ne pensa? -

Io mi chiedo: Condorelli verrà lasciato solo ancora una volta? Denunciare non è difficile ma il problema è quello che ti capita dopo la denuncia. L'importante in questi casi è che noi come società non dobbiamo lasciarlo solo un’altra volta. Io ricordo sempre che la mafia uccide isolando la preda. Falcone e Borsellino furono isolati e poi ammazzati, così come Dalla Chiesa, Pio la torre, Peppino Impastato. […] La mafia è talmente vigliacca che non ci attacca mai quando siamo in tanti, ma solamente quando siamo in pochi.

- La domanda più importante: cosa si può raccontare, secondo Lei, a un ragazzo che non la conosce, per spiegare cosa sia la mafia e cosa possiamo fare noi, ragazzi liceali, per dare il nostro contributo alla lotta alla mafia? -


La mafia desidera gente ignorante, la scuola e l'istruzione dunque risultano essere importanti anche sotto questo punto di vista. Le persone ignoranti sono facilmente manovrabili. Un ragazzo deve avere rispetto non soltanto per la legge, ma per il prossimo, che può essere il tuo compagno di banco, amico, nemico, familiari o vicini di casa. […] Noi parliamo di mafia soltanto come organizzazione ma bisogna parlare anche di comportamento mafioso. Un comportamento mirato ad annientare la dignità di chi ci sta accanto per i propri interessi.

Raffaele Pergolizzi VE

Alessandro Manole VE

@segnalicontrolamafia

Intervista ad Angelo Corbo

in occasione dell’anniversario della Strage di Capaci.

01/06/2021


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