Sono i film lenti o siamo noi “veloci”?

“Il film è stato troppo lento, mi ha annoiato.” Una frase sentita sempre più spesso all’uscita dal cinema o una volta terminata la visione da casa, essendo i primi sempre meno frequentati. Anche alcuni film trasmessi quest’anno hanno ricevuto il medesimo trattamento, e tra questi si distinguono due prodotti, realizzati da grandi case produttrici quali la Warner Bros. e la Disney, sui quali vi erano grandi aspettative sia per quanto riguardava gli incassi sia per quanto concernente le recensioni della critica: “Dune” ed “Eternals”.

Queste due pellicole non sono frutto di una sceneggiatura originale, anzi, e questo ha contribuito ad assicurare loro un più che discreto botteghino proprio per via dei fan che conoscevano già i libri e fumetti da cui i film sono tratti. “Dune”, infatti, è la trasposizione cinematografica del primo libro di un ciclo di romanzi di fantascienza scritto da Frank Herbert nel 1969, famoso in tutto il mondo per le innovazioni portate nel genere (lo stesso regista e sceneggiatore di “Star Wars”, George Lucas, ha ammesso di essersi liberamente ispirato all’opera di Herbert per il suo capolavoro); “Eternals” invece è un film basato sui fumetti Marvel scritti dal grande disegnatore Jack Kirby e diretto dall’uscente regista premio Oscar Chloè Zhao. Eppure il discreto successo nella parte economica dei due film non ha escluso loro una sequela di critiche, da parte di professionisti e non, riguardo un’eccessiva lentezza e durata (testimoni le recensioni sui siti di critica cinematografica americani Rotten Tomatoes e Metacritic).

Analizzando in particolare il lungometraggio della Marvel potremmo dire che quest’ultima “è caduta nella sua stessa trappola”, infatti, una delle critiche più diffuse è quella che il film si avvicini poco ai prodotti precedenti della stessa collana, concentrandosi troppo su colonne sonore e inquadrature di paesaggi, mettendo da parte l’azione.

Ma per quale motivo lo spettatore medio progressivamente si annoia sempre più spesso guardando un film? Uno dei principali problemi è naturalmente il monopolio di un certo tipo di pellicola nei cinema, quello dei generi thriller o d’azione: le case produttrici, analizzando i dati degli incassi e degli spettatori e notando come tali prodotti attraggano sempre maggiormente, puntano a produrre questa tipologia di film, essendo sicure del successo e risparmiando nel comparto sceneggiatori e scrittori. Questi film, quasi esclusivamente d’azione, non sono per forza “brutti” film, anzi, spesso dalla moltitudine ne escono diversi di “belli” e a volte anche di eccellenti (“Inception”, “The Dark Knight” e “Prisoners”, per citarne alcuni), è naturale che ci siano per la legge dei grandi numeri. Il problema si pone quando queste pellicole occupano la quasi totalità delle sale, lasciando meno spazio alla categoria di film che punta alla candidatura agli Oscar o, più in generale, ai film di nicchia prodotti da registi emergenti, producendo una mancanza di lavoro per quest’ultimi. Questo cambiamento nelle preferenze dello spettatore sui film da vedere si può osservare proprio analizzando le candidature Oscar fino agli anni 2000 rispetto a quelle degli anni ’10, quando cominciarono ad affermarsi i blockbuster d’azione (per film blockbuster si intende una pellicola che ha avuto un grande successo sia tra il pubblico sia al botteghino: un esempio può essere “Tenet”).

In precedenza i film che guidavano la classifica d'incassi spesso combaciavano con i candidati e vincitori dei premi Oscar, basti pensare ai film de “Il Signore degli Anelli” o, andando più indietro nel tempo, a “Titanic” o “Ben Hur”. Osservando invece il fenomeno post 2010, si nota come il film vincitore del premio Oscar 2019, “Green Book”, diretto da Peter Farrelly, un film assolutamente consigliato che propone il racconto di una storia vera e che tratta argomenti come il razzismo, si trovi addirittura fuori dalla top 30 dei maggiori incassi di quell’anno, dietro ad almeno 15 film puramente d’azione (non sono considerabili i dati 2020 e 2021 per i danni che la pandemia ha inflitto ai cinema e, conseguentemente, anche agli incassi dei film). È opportuno tuttavia non dare la colpa solo allo spettatore, spesso, soprattutto in noi nuove generazioni, la colpa è minima. Questi film con un ritmo più lento e con dialoghi dei personaggi più introspettivi ci sembrano noiosi e lenti non perché lo siano veramente ma perché, come dice il titolo dell’articolo, siamo noi troppo veloci, frutto di una società in cui devi avere tutto e subito. Questo comporta che non siamo abituati e non ci piace aspettare per poter osservare più attentamente l’opera che abbiamo davanti e per ammirarne la bellezza, che può presentarsi in diversi aspetti quali la cura delle immagini (la fotografia di “Dune” è spettacolare) o il significato nascosto in alcuni dialoghi. Essendo la società in cui viviamo una società utilitaristica che potremmo dire avere come motto “il tempo è denaro”, tutto segue questo modus operandi, e così anche il reparto cinematografico e televisivo. Quindi ne derivano film brevi, pieni d’azione o serie tv di cui puoi fare binge-watching in una sola notte appena uscite, perdendo quella suspense che contraddistingueva le prime serie tv, quando si doveva aspettare una settimana tra un episodio e l’altro. La decisione simbolo di questo cambiamento, della nostra inestinguibile fretta, è quella di Netflix di inserire la possibilità di poter velocizzare la riproduzione dei contenuti. Questa funzione sta prendendo sempre più piede tra gli spettatori, distruggendo di fatto l’opera come era stata pensata dagli autori, che da subito si son lamentati rimanendo però inascoltati.

Questa tendenza potrà tuttavia sempre cambiare, e, magari, in un prossimo futuro saremo meno “veloci” e quello che oggi sembra lento non ci apparirà più così noioso, ma guardandolo con attenzione forse riusciremo a carpire a pieno la bellezza della settima arte.


Daniele Colaneri, IVC


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