RIVOLTE AL CAMPIDOGLIO: L’OVVIO E IL MENO OVVIO

All’apice della sua crociata contro le “elezioni truccate”, Donald Trump ha invitato i

suoi sostenitori, accorsi ad un convegno elettorale a Washington, non troppo

velatamente chiamato “Save America March”, a marciare verso il Campidoglio per

“acclamare i coraggiosi parlamentari e senatori” che avrebbero dovuto ostacolare la

conferma del Presidente eletto Biden. In poche ore, una folla tanto confusa quanto

inferocita ha sfondato il cordone di polizia esterno ed ha fatto irruzione negli edifici

del Senato e della Camera dei Rappresentanti, profanando ciò che a detta di molti è

il “tempio della democrazia più antica del mondo”. Questo è stato il racconto di

molte testate giornalistiche ed emittenti televisive ma non voglio ripetere ciò che è

già stato detto e scritto perché ritengo necessaria un’analisi più dettagliata per

capire le cause e le conseguenze di questo tragicomico spettacolo.

Innanzitutto, va identificata la folla che ha assaltato il Campidoglio: da chi è

composta, il motivo della sua presenza e cosa ha innescato la rabbia. Grazie anche

all’idiozia dei partecipanti, è stato facile ritrovare filmati che li ritraevano: nella

stragrande maggioranza suprematisti bianchi, elettori e politici repubblicani,

poliziotti fuori servizio, antisemiti e neonazisti dichiarati e nostalgici della schiavitù,

tutti accomunati dalla fede nella teoria complottista che le elezioni presidenziali

siano state truffate. Come non nominare un ristretto gruppo di “miliziani” in tenuta

militare, armati ed equipaggiati con nastro adesivo ed altro materiale per catturare

e legare i membri del congresso.

Una parte degli assaltatori è costituita anche dalla classe alta del Paese: una

multimilionaria broker immobiliare proveniente dal Texas, che ha usato il suo jet

privato per recarsi a Washington ed il suo Range Rover a sei cifre per spostarsi nella

città, un gruppo di uomini d’affari, avvocati di spicco, un amministratore delegato di

una società tech, e nessuno di loro compare nella lista degli arrestati, almeno nella

settimana successiva all’assalto. Non lasciamo che le oggettive difficoltà economiche

che il mondo deve affrontare ci mandino fuori strada nell’analisi: ad animare la folla

non era la rabbia o la frustrazione per l’instabilità economica, ma una teoria del

tutto scollegata con la realtà, l’odio per i neri, gli ebrei, i democratici e chiunque non

si prostrasse ai piedi del loro idolo.

In secondo luogo, va riconosciuto il ruolo che il partito repubblicano ha giocato

nell’istigare la rivolta: può sembrare ovvio biasimare Trump come l’unico

responsabile degli eventi, ma facendo così si ignora la realtà. Per 4 lunghi anni la

stragrande maggioranza dei compagni di partito di Trump lo hanno appoggiato,

difeso, sostenuto ed incoraggiato in ogni sua iniziativa dalle aule del Congresso alla

comunicazione con la stampa: dal taglio delle tasse per le persone e le aziende più


ricchi del Paese, alla militarizzazione della polizia, a tutte le altre politiche che non

hanno fatto altro se non rendere per milioni di americani la vita peggiore. Hanno

apertamente diffuso la teoria cospirativa sulle elezioni per mesi, e molti di loro

hanno incitato alla rivolta i loro sostenitori. Ciò nonostante, il partito sembra aver

silurato Trump, cercando di evitare il più possibile il biasimo, denunciando le

posizioni che loro stessi esaltavano il giorno prima.

A seguire le impronte del partito sembra interessata anche Facebook, il colosso

social, che aveva in passato opposto pubblicamente resistenza a moderare l’account

del Presidente e di molti suoi sostenitori e colleghi, ha sospeso permanentemente il

Presidente e di persone a lui collegati e rilasciato un comunicato stampa dove

condanna la rivolta e promette una maggiore controllo sulle sue piattaforme.

A ricevere critiche è stata anche la gestione della rivolta da parte della polizia del

Campidoglio, per il loro comportamento e la loro inferiorità numerica.

Come abbiamo avuto modo di osservare con le proteste per l’uccisione di George

Floyd, le forze dell'ordine statunitensi raramente esitano ad utilizzare la forza, anche

letale, come metodo di gestione della folla; durante una protesta pacifica tenutasi a

giugno a Washington D.C., un centinaio di ufficiali federali di polizia in tenuta

antisommossa hanno usato gas lacrimogeno, scudi antisommossa, manganelli e

proiettili di gomma sparati direttamente contro i manifestanti e contro la stampa

internazionale per permettere al Presidente Trump di farsi una foto in una chiesa in

piazza Lafayette.


Durante la rivolta al Campidoglio, invece, alcuni agenti di polizia sono stati visti

mentre si facevano selfie con gli assaltatori o lasciavano entrare nell’edificio i

rivoltosi che, essendo agenti fuori servizio di altri Stati, avevano un distintivo. A

proteggere gli edifici dove si stava certificando l’elezione del Presidente-eletto Joe

Biden vi erano meno di un centinaio di agenti senza alcun equipaggiamento adatto a

fronteggiare delle folle, nonostante questa rivolta fosse stata annunciata sia dallo

stesso Trump che dal suo legale Rudy Giuliani e da molti esponenti del suo partito.

Amanda Chase, senatrice della Virginia, il rappresentante del Missouri Justin Hill e la

rappresentante del Tennessee Terry Lin Weaver hanno partecipato attivamente alla

rivolta, mentre politici come Ted Cruz(senatore del Texas), Steve Daines (senatore

del Montana) e Lauren Boebert(parlamentare del Colorado) si sono limitati ad

aizzare la folla su Twitter con frasi come “Oggi è il 1776” “L’America dipende da noi

per fermare questo furto”.Non c’è dubbio che le conseguenze di questo evento si

sentiranno per molti mesi a venire con la probabile espansione della sorveglianza di

forze dell’ordine sia su internet che nel “mondo fisico”.


Storicamente, dopo un attentato terroristico o un attacco ai danni di istituzioni o

della popolazione civile, le autorità redigono nuove e più stringenti leggi

antiterrorismo con l’obiettivo dichiarato di combattere il terrorismo o la violenza

ideologica: basti pensare al Patriot Act in seguito all’attentato dell’11 settembre o

alle leggi antiterrorismo francesi dopo i numerosi attentati di matrice islamista.

Questo evento non fa eccezione: Joe Biden ha dichiarato al Wall Street Journal di

voler rendere una priorità della sua amministrazione varare una legge contro il

terrorismo domestico, nonché istituire una commissione che possa monitorare “la

lotta contro gli estremisti violenti animati ideologicamente”.

Tuttavia, nonostante sia normale desiderare giustizia contro gli estremisti che hanno

assaltato il Campidoglio, è necessario ricordare che l’effetto di leggi come questa

non è mai quello desiderato: il Patriot Act ha portato 80.000 schedature forzate,

8.000 interrogatori dell’FBI e 5.000 arresti, senza trovare alcun terrorista o sventare

alcun attacco, nonché una macchia permanente sulla reputazione degli USA come

“tutori della libertà”. Per questo, a mio avviso, ciò di cui uno Stato ha bisogno per

limitare la crescita del terrorismo domestico non è concedere più potere, più mezzi

e più informazioni alle forze dell’ordine, ma un modo più efficiente di analizzarle.

Gabriele Colella VB