Quando l'altro siamo noi

CRONACA DI UNA SOVVERSIONE DEI PUNTI DI VISTA


Da quando il virus SARS-CoV-2 ha lasciato, come era prevedibile, i confini Cinesi e si è diffuso in tutto il mondo, la percezione del virus stesso, della sua origine e del mondo fuori dal nostro guscio ha subito un cambiamento rapidissimo.

Se l’inizio del contagio faceva apparire la malattia come poco più che un’influenza, la velocità e la diffusione globale del virus hanno iniziato a preoccupare legislatori e cittadini di molti Stati, soprattutto con la consapevolezza della scarsa capacità di rispondere ad un’epidemia così contagiosa, che poteva portare all’esaurimento dei posti nei reparti di terapia intensiva e di conseguenza al collasso dei sistemi sanitari nazionali.

Il più grande sconvolgimento, però, si è potuto avvertire nella percezione che noi abbiamo di noi stessi e che il resto del mondo ha di noi. Osservando le reazioni alla crisi, è possibile vedere come siano stati messi in discussione alcuni capisaldi del nostro modo di relazionarci con il mondo esterno o con la realtà che percepiamo come nostra.

Il primo di questi pilastri è la linea di demarcazione tra il “noi” e il “loro”. Siamo abituati a guardare il mondo da una prospettiva “egocentrica” nel senso più letterale della parola, con “noi” al centro e gli “altri” che esistono facendo da sfondo alle nostre vite. Spesso, gli altri vengono giudicati diversi in base a parametri arbitrari, come il reddito, l’etnia o la religione, e più spesso ancora vengono ignorati, in una sorta di convivenza tollerata e semi-pacifica. Quando invece si presenta qualche problema, la coesistenza cessa di essere pacifica, e il risentimento nei confronti degli “altri” cresce e la solidarietà viene messa al secondo posto.

Questo meccanismo di risposta a problemi, pericoli o avversità è spesso oggetto di discussione nel nostro Paese, e l’emergenza SARS-CoV-2 lo conferma, ma con un dibattito che vede le parti invertirsi. Stranamente, infatti, gli schieramenti che solitamente difendono la teoria di tagliar fuori dallo standard arbitrario di “appartenenza” gruppi demografici e minoranze si sorprendono e si indignano se altri paesi applicano le stesse misure identificando, però, noi tra gli “estranei”. L’abitudine a mantenere il potere di escludere o includere gli altri a nostro piacimento è così radicata da averci fatto dimenticare che tutti i 193 Stati del mondo hanno il nostro stesso diritto di escludere chi sia ritenuto “estraneo”.

Il globo sarebbe sotto scacco se a dettare le azioni degli Stati fossero le stesse reazioni istintive che guidano i popoli, ed è per questo che gli stessi Stati hanno riconosciuto la necessità di regolamentazioni ed accordi sovranazionali.

L’interconnessione tra mondi così lontani porta alla luce una seconda riflessione sul ruolo de “l’altro” e sulla sua esistenza invisibile.

Con la crescita a ritmi quasi insostenibili degli ultimi decenni, i consumatori del mondo hanno avuto bisogno di un numero sempre più grande di prodotti di manifattura a basso costo. Questo cambio nella domanda ha comportato una forte delocalizzazione verso Paesi con costi di produzione e manodopera più bassi, trasformando zone del mondo in gigantesche fabbriche che costituiscono l’anello iniziale delle linee di rifornimento di un’economia sempre più interdipendente.

Se questa linea di rifornimento subisce rallentamenti, l’assestamento comporta rischi e sacrifici, ma si tratta di situazioni gestibili. Qualora la linea, invece, subisse un arresto “a tempo indeterminato” le aziende ed i governi non sarebbero in grado di reagire e pianificare, permettendo all’isteria di massa di subentrare in pochi giorni, rendendo qualunque tipo di pericolo esponenzialmente peggiore: spesso i problemi di approvvigionamento sono causati dal panico delle persone e non dall’origine di questo panico.

L’epidemia attuale del nuovo coronavirus dovrebbe aprire gli occhi al mondo su un fattore chiave: il nostro benessere, quello a cui siamo abituati, è composto in larga parte dal lavoro di centinaia di milioni di persone, il cui nome o benessere ci è totalmente ignoto, lontane dalla nostra vista. Per la prima volta, dopo decadi di ignoranza, siamo costretti a riconoscere la nostra più completa dipendenza da “l’altro”: dal povero lavoratore nelle distopiche fabbriche cinesi, allo sfinito infermiere che è costretto a lavorare più di dodici ore di seguito, fino al fattorino che consegna posta o cibo a domicilio. Il tecnico che tiene in funzione la rete internet locale, il meccanico che ripara quello che rimane di un mezzo di trasporto indispensabile o l’autista dei mezzi pubblici che conduce a lavoro chi non può lavorare da casa, chi lavora sulle grandi navi che riforniscono quotidianamente i porti di tutto il mondo di materiale spesso indispensabile.


L’altro siamo noi, e senza l’altro noi non esisteremmo.


Gabriele Colella, 4B

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