Parole di un giovane disilluso

Chiunque mi conosca, personalmente o attraverso questo giornalino, è al corrente di quanto io tenga a rimanere informato sull'attualità: ho partecipato con enorme interesse alle simulazioni del progetto MUN dalle scuole medie a Roma, per poi andare a Milano durante il liceo ed infine a Boston, tormentando con lunghi discorsi chiunque fosse abbastanza privo di senno da chiedermi delucidazioni su questo o quell’aspetto di un conflitto nel mondo.

Io stesso ricordo bene il primo articolo che scrissi su questo Giornale: un invito accorato, sebbene pacato, a tutti i miei coetanei ad essere membri attivi e partecipi del proprio macro e micro sistema, dalla scuola alla politica nazionale ed internazionale che terminava con un encomio del valore dell’informazione, soprattutto per i giovani.

Ora, a solo due anni da quel pezzo, sento di esser tornato indietro e ahimè temo di non essere l’unico: invece di seguire il percorso sperato, ovvero una retta che prosegue decisa verso l’alto, la linea del mio interesse per la politica internazionale e per l’attualità ha sì subito una rapida crescita, ma ha avuto una altrettanto rapida picchiata, il motivo è presto spiegato.

Mi sento debole.

E non lo dico con l’arroganza di chi pensa di conoscere lo scibile umano, ma con la stanchezza di chi si chiede a cosa sia servito conoscere quel che ha appreso.


Questa pandemia ha fortemente indebolito ogni mia precedente certezza sul mondo. Tutti i problemi che affliggevano ed affliggono ancora adesso la mia generazione ed il mio pianeta sembravano complessi e faticosi da sormontare, ma sembravano possibili da risolvere.

Un esempio pratico: il cambiamento climatico. Un gigantesco ostacolo alla prosperità umana, che sembrava risolvibile attraverso proteste di piazza, decisioni politiche più mirate e una popolazione cosciente del problema e delle possibili conseguenze. Partecipai con convinzione, insieme a molti miei compagni di scuola, alle proteste del fridays for future del 27 settembre 2019, con la speranza non di smuovere la coscienza della politica, oramai inesistente in quasi tutti i partiti, ma di far capire che è negli interessi di un governo sviluppare politiche orientate al lungo periodo.

Ad oggi, 30 ottobre 2020, niente è cambiato. I governi e le compagnie multinazionali continuano ad emettere CO2 ed altri gas serra, corrompono politici di ogni paese, il tempo rimasto per invertire la rotta è sempre meno e la coscienza della gente non si è smossa di un centimetro, in tutto il mondo.

La pandemia ha reso (quasi) insormontabili problemi precedenti già difficili da risolvere: la disuguaglianza sociale è ai massimi storici, le divisioni razziali e sociali vengono alimentate dalle stesse persone che le hanno aggravate, il sistema giudiziario è terribilmente inefficiente nel migliore dei casi, iniquo nel peggiore.

Ma soprattutto, e questo è il danno più grande da sopportare, rivelare i fatti non ha più impatto. Scandali di corruzione di proporzioni bibliche appaiono come normali, collaborazione tra agenti di polizia e giudici per insabbiare delitti sono all’ordine del giorno, diamine la notizia di un cerchio di pedofilia e traffico sessuale che coinvolge alcuni tra gli uomini più potenti del pianeta è durata a malapena un paio di giorni: il popolo ha perso il ruolo di giudice dei suoi rappresentanti perché non crede di poter avere la benché minima influenza; la parte peggiore, per me, è che credo abbia ragione.

Poche volte ho sperato con tutto me stesso di esser trovato in torto, e questa è una di quelle: voglio che mi sia dimostrato che l’azione ha valore, che la nuova generazione (la mia) è in grado di apportare veri cambiamenti ad un mondo con un tremendo bisogno di riforma, che non è inutile provare a diffondere conoscenza, che ognuno, con il suo impegno, può veramente fare la differenza.


Gabriele Colella VB


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