MASHA

Mi chiamo Masha, sono nato nel 1978 sotto la Repubblica Democratica dell’Afghanistan, guidata da Taraki. Mio padre Karim decise di farmi nascere in quel periodo poiché lo riteneva il periodo migliore: si auspicava ad una vita più libera e piena di speranza, soprattutto grazie alle riforme e alle nuove leggi fatte dal neo-governo instaurato. Insomma, papà stava finalmente credendo nella nostra politica e aveva lasciato uscire quel suo vecchio patriottismo che da tanto tempo aveva trascurato e quasi nascosto, se non soffocato. Con la sua gioia dovevo, e finalmente potevo, quindi nascere anch’io. Mia madre mi ha raccontato la sua felicità e le larghe aspettative che aveva riposto in me. Però mi ha anche raccontato che il mio povero padre non poteva sapere che di lì a poco sarebbe scoppiata una guerra, che sarebbe caduto quel governo in cui credeva e, ancor di meno, che, a 57 anni, dopo il primo anno di combattimenti, avrebbe perso la vita sotto un bombardamento. Io e mia madre, completamente soli, vagammo in cerca della sopravvivenza per molto tempo. Avevo 3 anni e mia madre era stremata dagli sforzi fisici che faceva per curarmi e difendermi da ogni male. Mamma sapeva che mio padre pur di difendere lei, me e la nostra casa, avrebbe lottato fino all’ultimo centimetro, tenuto lontano chiunque avesse voluto farci del male, rendendosi disposto anche ad uccidere o a dare sé stesso, nonostante avesse sempre ripudiato l’odio e la violenza. Questo la fortificava ogni giorno di più, e quando si inginocchiava a pregare la vedevo piangere, invocare il nome di mio padre una prima volta, fare un lunghissimo respiro, sorridere lievemente sotto le sue lacrime, e, dolcemente, come rilassata, invocare una seconda volta il nome di mio padre: “Karim…”. Non ho mai visto Allah, né ho mai ucciso in nome suo per sentirmi musulmano. Però, so che dopo aver pregato questo Allah di cui sento tanto parlare dalla nascita, mia madre, da che era stremata, riacquisiva un’energia che non possedeva nessun guerrigliero, e trovava la forza di trascinarmi in mezzo al deserto di notte e di giorno. Questo bastava a farmi credere che Allah esistesse, e a farmi maturare la fede che tuttora conservo gelosamente.

Mamma continuò così per altri 8 anni, fin quando un attacco dei sovietici non me la strappò via, trucidandola a colpi di mitragliatrice sotto i miei occhi. Così rimasi solo, crebbi in mezzo agli altri orfani della guerra, conobbi le peggiori atrocità che l’uomo potesse commettere: in quegli anni iniziò ad indurirmisi il cuore. Cominciai ad essere stufo di quanto avevo intorno, mi mancavano i miei genitori e, nonostante riconoscessi di avere il cuore quasi di pietra, non riuscivo a trovare il coraggio di lavorare su me stesso, di affidarmi ad Allah e di ritrovare quella dolcezza a cui mia madre mi aveva istruito.

Finita la guerra con i sovietici e arrivati i talebani in tutto il Paese, vivevo scoraggiato e quasi per inerzia, fino a quando non incontrai Farah, la mia futura moglie. Era una ragazza bellissima e il nostro primo incontro fu anche il primo colpo da lei sferrato al cemento che ormai circondava il mio cuore: correva tenendo per mano 4 o 5 ragazzi e, passando vicino a me, mi strattonò verso di loro, portandoci tutti dietro un fosso, al riparo da un gruppo di talebani che cercava uomini e ragazzi da arruolare. Quella donna non mi conosceva ma aveva già a cuore il mio destino, così come aveva a cuore il destino di quei ragazzi che portava con sé, e lo salvava dimostrando un coraggio che non vedevo dai tempi di mia madre. Ero rimasto solo per molto tempo, ma con Farah ritrovai il coraggio perduto e ritornai a quella dolcezza che il mio cuore aveva dimenticato: ci amammo.

Quando nel 2001 scoppiò la guerra con gli americani eravamo insieme, e ritornammo a vagare, evitando il fronte che si spostava continuamente. Eravamo spaventati ma forti del nostro amore, quando, durante la guerra, ci capitò uno degli eventi che più hanno segnato le nostre vite: incontrammo un gruppo di combattenti strani, ambigui, non erano afghani, né americani, né occidentali. Tuttavia non erano cattivi come tutti gli altri, combattevano per difendere la vera religione musulmana, tentando di non uccidere nessuno, ma di fermare la ferocia dei terroristi: erano soldati etiopi, arrivati fin qua non si sa come. Li incontrammo perché ci difesero da un attacco dei talebani, ci parlammo e capimmo di poterci fidare gli uni degli altri. In particolare, io e Farah, rimanemmo legati con uno di questi combattenti: si chiamava Dumisani. Passammo parecchio tempo con lui, ci scortò per molti nostri viaggi e pregammo tante volte insieme: diventò un amico fedele ed affettuoso. Un giorno però, mentre parlavamo tutti e tre insieme durante una notte serena, lui alzò gli occhi al cielo, rimase in silenzio per molto tempo e, sorridendoci ed abbracciandoci, ci confidò di doversene andare: l’ora che le nostre strade si separassero era arrivata. Lo accettammo, sorridemmo e ci dividemmo.

Io e Farah diventavamo grandi e il corso del tempo e degli eventi, con l’apparente vittoria degli americani e l’arrivo della libertà, ci portava a sperare sempre di più, giungendo così all’apice del nostro amore, concependo anche noi un bambino. Lo chiamammo Abdussalam, che vuol dire “servo di Allah, la Pace”. Eravamo finalmente felici e riponevamo in lui tutta la nostra speranza e tutte le nostre aspettative per un mondo migliore. Però, forse, avevamo sperato troppo, forse avevamo esagerato e il mondo voleva farcelo capire: non appena Abdussalam compì 3 anni, i talebani riconquistarono l’intero Paese, seminarono il terrore tra la popolazione e divisero me e Farah. Fui investito da una paura terribile, non potevo sopportare l’idea di aver perso Farah come avevo perso mia madre e mio padre… Era rimasto con me il nostro bambino, lui solo rappresentava la speranza e la nuova missione che avrei dovuto portare a termine: dovevo raggiungere Kabul e gli ultimi contingenti militari americani, trovare la nostra salvezza e con questa, sperare di ritrovare anche Farah. Camminai col mio bambino per tre giorni, senza sosta, con la costante paura di poterlo perdere quando meno me l’aspettavo. Mentre camminavo iniziai a piangere ininterrottamente, senza riuscire a smettere, singhiozzando, senza respirare, e più piangevo e più volevo piangere, e più volevo piangere e più mi assaliva il panico fin quando, raggiunto lo stremo delle forze, urlai il nome di Farah. Mi riapparve, in quel preciso istante, l’immagine di mia madre mentre mi trascinava nel deserto: invocava il nome di mio padre alla stessa maniera in cui io invocavo quello di Farah. Capii il suo dolore al tempo, ma trovai anche la stessa forza che la animava in quei momenti di difficoltà e nella tenerezza della mano di mio figlio che afferrava il mio dito: raccolsi le energie necessarie ed arrivai a Kabul.

Ora sono qui, nell’aeroporto della capitale della mia terra, diretto verso gli ultimi militari che potrebbero salvarci. E mentre cammino capisco che forse l’Afghanistan avrebbe solo avuto bisogno, in tanti anni di violenza e guerra, di un po’ più d’umanità, di tenerezza, di donne come mia madre e come Farah. Ormai sono qua, davanti alle barricate che ci dividono dagli americani, conscio del fatto che non caricheranno più altri uomini come me sui loro mezzi d’evacuazione. Ma non appena formulo questa rassegnata constatazione, incrocio lo sguardo di un soldato che prima guarda me, poi guarda mio figlio. Noto un semplice “Maguire” sulla sua uniforme e poi, nei suoi occhi compassionevoli da ragazzo di poco più di vent’anni, capisco cosa è più giusto fare. E così, stanco e sconvolto, gli porgo il mio bambino, alzando le braccia verso di lui. Ma prima di consegnarlo definitivamente alle mani sicure e ferme del soldato, mi abbandono ad un ultimo pensiero, un ultimo ricordo: Dumisani un giorno mi disse “quando nascerà tuo figlio, prendilo in braccio, alzalo e mostragli il cielo, dopodiché digli: “guarda figlio mio: l’unica cosa più grande di te”.


Raffaele Pergolizzi, VE


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