Letteratura immortale - 28/04

Aggiornato il: 5 mag 2020

La rubrica "Letteratura immortale" ha come scopo quello di mostrare quanto è vicina a noi la letteratura dei classici. In questa canzone Dante espone la questione morale della "nobiltate" e di conseguenza della "vertute". Al tempo del poeta la nobiltà di sangue era contrapposta alla nobiltà d'animo, di cui egli si faceva interprete; oggi questo scontro ideologico si può trasporre in molteplici modi, specialmente se messo a confronto con le questioni culturali che sono emerse in questi ultimi anni e che hanno coinvolto ogni sfera sociale e politica.


Convivio, Trattato quarto, canzone terza, Dante Alighieri


Le dolci rime d’amor ch’i’ solia

cercar ne’ miei pensieri,

convien ch’io lasci; non perch’io non speri

ad esse ritornare,

ma perchè li atti disdegnosi e feri

che ne la donna mia

sono appariti m’han chiusa la via

de l’usato parlare.

E poi che tempo mi par d’aspettare,

diporrò giù lo mio soave stile,

ch’i’ ho tenuto nel trattar d’amore;

e dirò del valore,

per lo qual veramente omo è gentile,

con rima aspr’e sottile;

riprovando ’l giudicio falso e vile

di quei che voglion che di gentilezza

sia principio ricchezza.

E, cominciando, chiamo quel signore

ch’a la mia donna ne li occhi dimora,

per ch’ella di se stessa s’innamora.


Tale imperò che gentilezza volse,

secondo ’l suo parere,

che fosse antica possession d’avere

con reggimenti belli;

e altri fu di più lieve savere,

che tal detto rivolse,

e l’ultima particula ne tolse,

chè non l’avea fors’elli!

Di retro da costui van tutti quelli

che fan gentile per ischiatta altrui

che lungiamente in gran ricchezza è stata;

ed è tanto durata

la così falsa oppinion tra nui,

che l’uom chiama colui

omo gentil che può dicere: ’Io fui

nepote, o figlio, di cotal valente’,

benchè sia da niente.

Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata,

cui è scorto ’l cammino e poscia l’erra,

e tocca a tal, ch’è morto e va per terra!


Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’,

prima dice non vero,

e, dopo ’l falso, parla non intero;

ma più forse non vede.

Similemente fu chi tenne impero

in diffinire errato,

chè prima puose ’l falso e, d’altro lato,

con difetto procede;

chè le divizie, sì come si crede,

non posson gentilezza dar nè torre,

però che vili son da lor natura:

poi chi pinge figura,

se non può esser lei, non la può porre,

nè la diritta torre

fa piegar rivo che da lungi corre.

Che siano vili appare ed imperfette,

chè, quantunque collette,

non posson quietar, ma dan più cura;

onde l’animo ch’è dritto e verace

per lor discorrimento non si sface.


Nè voglion che vil uom gentil divegna,

nè di vil padre scenda

nazion che per gentil già mai s’intenda;

questo è da lor confesso:

onde lor ragion par che sè offenda

in tanto quanto assegna

che tempo a gentilezza si convegna,

diffinendo con esso.

Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo,

che siam tutti gentili o ver villani,

o che non fosse ad uom cominciamento;

ma ciò io non consento,

ned ellino altressì, se son cristiani!

Per che a ’ntelletti sani

è manifesto i lor diri esser vani,

ed io così per falsi li riprovo,

e da lor mi rimovo;

e dicer voglio omai, sì com’io sento,

che cosa è gentilezza, e da che vene,

e dirò i segni che ’l gentile uom tene.


Dico ch’ogni vertù principalmente

vien da una radice:

vertute, dico, che fa l’uom felice

in sua operazione.

Questo è, secondo che l’Etica dice,

un abito eligente

lo qual dimora in mezzo solamente,

e tai parole pone.

Dico che nobiltate in sua ragione

importa sempre ben del suo subietto,

come viltate importa sempre male;

e vertute cotale

dà sempre altrui di sè buono intelletto;

per che in medesmo detto

convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto.

Onde convien da l’altra vegna l’una,

o d’un terzo ciascuna;

ma se l’una val ciò che l’altra vale,

e ancor più, da lei verrà più tosto.

E ciò ch’io dett’ho qui sia per supposto.


È gentilezza dovunqu’è vertute,

ma non vertute ov’ella;

sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella,

ma ciò non e converso.

E noi in donna e in età novella

vedem questa salute,

in quanto vergognose son tenute,

ch’è da vertù diverso.

Dunque verrà, come dal nero il perso,

ciascheduna vertute da costei,

o vero il gener lor, ch’io misi avanti.

Però nessun si vanti

dicendo: ’Per ischiatta io son con lei’,

ch’elli son quasi dei

quei c’han tal grazia fuor di tutti rei;

chè solo Iddio a l’anima la dona

che vede in sua persona

perfettamente star: sì ch’ad alquanti

che seme di felicità sia costa,

messo da Dio ne l’anima ben posta.


L’anima cui adorna esta bontate

non la si tiene ascosa,

chè dal principio ch’al corpo si sposa

la mostra infin la morte.

Ubidente, soave e vergognosa

è ne la prima etate,

e sua persona adorna di bieltate

con le sue parti accorte;

in giovinezza, temperata e forte,

piena d’amore e di cortese lode,

e solo in lealtà far si diletta;

è ne la sua senetta

prudente e giusta, e larghezza se n’ode,

e ’n se medesma gode

d’udire e ragionar de l’altrui prode;

poi ne la quarta parte de la vita

a Dio si rimarita,

contemplando la fine che l’aspetta,

e benedice li tempi passati.

Vedete omai quanti son l’ingannati!


Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai;

e quando tu sarai

in parte dove sia la donna nostra,

non le tenere il tuo mestier coverto

tu le puoi dir per certo:

«Io vo parlando de l’amica vostra».


La Direzione

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