La tela dell'odio


Negli ultimi mesi mi sono chiesto di frequente da dove provenisse tutto quest’odio che permea l'interno della nostra società. Dai discorsi politici alle chiacchiere con gli amici, ritrovavo sempre una costante: una spiccata tendenza al puntare il dito verso ciò che è diverso, per il semplice fatto di non essere conforme a quella che aspramente viene definita “normalità”. Ma che cos'è, la normalità, se non una semplice visione astratta della realtà? Essa è paragonabile ad una tela grigia, che non trasmette nulla, e nulla vuole trasmettere. Pertanto, è una sua diretta conseguenza la sublime sensazione che l’uomo ha nel vedere poi un quadro variopinto, destabilizzato.

Tale stupore conduce ad una scelta: si può apprezzare la vasta gamma di colori oppure la si può rifiutare, perché, com'è ovvio che sia, ciò che non si conosce incute timore.

Non è tuttavia giustificato il rifiuto, se questo non è accompagnato dal tentativo di comunicare con quella tela, per il semplice fatto che i colori e le loro sfumature siano estranei, stranieri.

Questa paura del singolo individuo culmina poi nell'odio, specie se alimentata da fattori esterni, come il cinema, la televisione, la politica; ma no, la letteratura no, perché se sai leggere (dove leggere significa essere alimentati da una discreta sete di conoscenza del mondo) non puoi odiare, puoi solo vivere realmente la vita.

Cosa succede, dunque, se siamo noi coloro verso i quali viene puntato il dito, come sta accadendo in questi giorni a causa del coronavirus? Suppongo che si provi un senso di profonda insicurezza, nel momento in cui si viene additati per qualcosa che non dipende da noi; ma costituisce un fattore che pone ora la nostra nazione su un piedistallo di futile commiserazione: perché sì, per alcuni, al momento siamo come dei gatti indifesi che provocano tenerezza. A breve però, quando usciremo da questo periodo di crisi, non saremo più l’altro; lo sarà forse l’America, l’Inghilterra, la Francia, e sarà in quel preciso istante che potremo vedere se, finalmente, abbiamo imparato la più grande lezione che questo virus ci può insegnare, ovvero non giudicare l’altro perché è l’altro e non sei tu, perché non ti interessa dal momento che non lo conosci e merita solo di essere disprezzato.

Forse mi auguro troppo, forse no; fatto sta che l’unica risposta potrà darmela il tempo, nemico eterno dell’uomo, a cui spesso affidiamo un compito troppo arduo per essere portato a termine.


Tremore

(Anonimo)


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