La spigolatrice di Sapri

Per quanto spesso ritengo eccessivamente austere le critiche che sovente vengono mosse nell’arte, così come nello sport, per parti del corpo che solitamente restano coperte, sarebbe amorale non considerare di pessimo gusto la realizzazione del vestito così aderente alle natiche della Spigolatrice di Sapri. Il dibattito che ne è seguito su giornali e social è stato per me oggetto di riflessione nonché di confronto con amici nei giorni seguenti. Personalmente ne ho conseguito che la realizzazione gratuitamente sessualizzata della spigolatrice non è che il frutto di una tendenza su cui la nostra cultura ha deciso di virare da un po’ di anni. Mi spiego meglio, non è la sponsorizzazione della bellezza che critico: il concetto di buono=bello (kalòs kai ayatòs) apparteneva anche agli antichi greci e credo fermamente che l’uomo debba condurre la sua esistenza proprio alla ricerca della bellezza. Ciò su cui punto il dito è l’accezione volgare che ormai essa ha preso. La commercializzazione di bellezza ha portato alla costruzione di una moralità tossica e da essa ne è conseguita un’iper-sessualizzazione del corpo femminile che è oramai diventata normalità; e questa tendenza è stata come non mai amplificata dalla televisione, dalla pubblicità ma soprattutto dai social. Oramai abbiamo una concezione per cui seduzione e bellezza sono un tutt’uno, ma è completamente differente definire una ragazza seducente, piuttosto che bella, essendo la bellezza frutto di una maggiore ricerca e raffinatezza, è il connubio tra l’irrazionalità del fascino che trova riscontri nella razionalità dell’ordine, è l’insieme di più valori che compongono la persona: una caotica armonia. Rifacendosi agli esempi artistici antecedenti a noi, come quelli greci e rinascimentali, la nudità era elegante, non provocante né tanto meno lussuriosa, ma esternazione di eroicità e virtù. Non è un caso che né “L’amor sacro e l’amor profano” di Tiziano il primo sia rappresentato da una donna scollata, non dedita all'amore carnale, ma ideale di bellezza classico, simbolo di semplicità e purezza. Questa eccessiva sessualizzazione, porta anche ad un’oggettificazione del corpo a cui troppo spesso le stesse donne partecipano; il valore di una persona viene fatto derivare soltanto dal suo sex appeal, escludendo altre sue caratteristiche; una persona è tenuta a conformarsi a uno standard che equipara l’attrazione fisica con l’essere provocante. Dunque le persone vengono viste come oggetti adibiti all’uso sessuale altrui, piuttosto che come individui in possesso della capacità di agire e prendere decisioni autonomamente: vengono privati di dignità.


Alessandro Marotta, VB

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