La rinascita dell'impulso distruttivo

Nel 1900 muore Friedrich Nietzsche, lasciando al mondo occidentale un enorme fardello, i resti di quelle certezze che lui stesso ha distrutto. L’Occidente dei primi anni del ventesimo secolo vaga senza una meta, con questo peso sulle spalle; vorrebbe liberarsene, ma l'ingenua speranza che quei frammenti possano ancora trovare un senso all'esistenza glielo impedisce. L’unico modo per alleggerire la gravosità di una vita senza più alcun appoggio è osservare le macerie con indifferenza.

E Nietzsche non è certo l’ultimo dei distruttori. Qualche anno dopo la pubblicazione delle più importanti opere del filosofo tedesco, altri due intellettuali contribuiranno a far vacillare solide convinzioni: Sigmund Freud e Luigi Pirandello, sui quali tornerò tra poco.

Ricordiamo anche che qualche decennio prima si afferma la teoria evoluzionistica di Charles Darwin, che sconvolge gli ambienti religiosi del tempo, mettendo in discussione le credenze creazioniste. Prima Darwin, poi Nietzsche, criticano pesantemente le credenze metafisiche dell’Ottocento. Ciò che Nietzsche fa, a differenza degli altri, filosofi o scienziati che siano, è attaccare non una tesi metafisica, ma la metafisica stessa, non una qualche verità, ma il concetto stesso di verità: non esiste un’unica verità, ne esistono tante quante sono le interpretazioni della realtà.

Cosa rimane all’uomo che si affaccia al Novecento? A cosa ancora può appoggiarsi? Ha davanti a sé una realtà volubile; l’essere umano non è in alcun modo privilegiato rispetto al resto della natura, e la verità è un concetto instabile, a cui non ci si può più affidare.

Qualcosa ancora permaneva: la concezione di un io razionale ed unitario. Ma sia Freud che Pirandello finiscono col distruggere, in ambiti e modi diversi, anche questa visione.

Freud divide la mente umana in tre istanze intrapsichiche: l’Es, costituito dagli impulsi della libido, il Super-Ego, ovvero l’insieme delle proibizioni instillate nell’uomo dall’ambiente culturale e sociale in cui nasce, e l’Ego, che ha il compito di gestire la lotta tra le pulsioni dell’Es e le convenzioni sociali del Super-Ego. È evidente che a questo punto l’io non può essere più unitario, né tantomeno razionale: siamo spinti da pulsioni e desideri irrazionali e immorali, tenuti a bada da imposizioni e divieti; se la moralità ci appartiene è solo perché ci è stata imposta. Pensavamo che, pur avendo come antenati esseri simili ad altre specie, fossimo superiori ad esse, e invece non siamo poi così diversi; sono le circostanze sociali in cui nasciamo a renderci umani: come singoli, di umano, non abbiamo quasi nulla. Se non ci insegnassero ad opprimere i più sfrenati desideri, saremmo poco più che scimmie. L’irrazionalità dell’Es ci sarà sempre, la razionalità non può esistere senza circostanze esterne che lo permettano.

Sull’enorme peso che il mondo esterno ha su di noi, si concentra anche Pirandello. I ruoli che ci vengono dati dalla società ci influenzano enormemente, frammentando la nostra identità e creandone di diverse: due contesti diversi richiedono da parte nostra atteggiamenti diversi. E noi non possiamo permetterci di scendere da questo palco; se vogliamo dimorare nella società, dobbiamo rispettare le sue regole. Ciò che più sorprende della lucidissima analisi di Pirandello, è il fatto che nessuno prima di lui se ne fosse mai accorto, o, perlomeno, che nessuno ci si fosse soffermato più di tanto. Ci siamo illusi per secoli di avere un’identità indipendente, quando in noi, di nostro, c’è molto poco: siamo il riflesso di ciò che ci circonda, e, soprattutto, dipendiamo da esso. La nostra libertà è limitata, ma è il prezzo che dobbiamo pagare se non vogliamo essere visti come folli. Alla base della filosofia pirandelliana c’è dunque un forte relativismo, che in alcune sue opere è lampante: in “Così è (se vi pare)”, opera teatrale del 1917, una donna accusa il genero di aver segregato la moglie in casa impedendole di vederla. L’uomo ribatte dicendo che la suocera è diventata pazza a causa della morte della figlia ed è perciò convinta che sia ancora viva, quando invece l’uomo ha ormai una seconda moglie, la quale, per pietà, vive segregata in casa affinché la donna non scopra la verità. Torna quest’ultima, che afferma invece che è il genero ad essere pazzo, e a pensare che la moglie sia morta e che l’altra donna sia una seconda moglie. Così, senza che la verità salti fuori, va avanti la vicenda, fin quando, interpellata finalmente la donna al centro della discussione, questa afferma di essere “colei che ognuno crede che sia”.

Freud e Pirandello sono dunque gli eredi di questa filosofia distruttiva inaugurata da Nietzsche. Ma se per quest’ultimo distruggere è un obiettivo, per gli altri due non lo è più. Il filosofo dell’Übermensch ci carica sì di un enorme fardello, ma al tempo stesso ci libera da una razionalità imposta; Freud e Pirandello distruggono quasi per necessità, perché il loro spirito irrazionale ha trovato un terreno fertile su cui agire. La loro consapevolezza è enorme, ma senza quell'ambiente di proficua incertezza che si era venuto a creare, sarebbe stata troncata sul nascere.

Friedrich Nietzsche ha spianato la strada a quell’ardore che più di ogni altro permette all’uomo di evolversi: l’ardore generatosi dall’impulso irrazionale e istintivo che ci spinge a demolire ogni cosa, ad attaccare ogni particolare, a far vacillare le questioni più appurate, e che, come nessuna obiezione razionale può fare, brutalmente annienta.


Enrico Accettella, IIA



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Vorrei fosse illegale amarti, soffrire per colpa degli altri. Vorrei dirti cosa provo ma poi che penseresti? Vorrei dirti cosa sono, ma poi mi guarderesti allo stesso modo? Mi hai detto la verità e mi