LA RAGAZZA AFGANA

PREFAZIONE

Quella che andrete a leggere è una storia premonitrice. No, non sto esagerando.

L’autrice ha scritto questo racconto in seguito ad un concorso letterario indetto a maggio 2021 dal Centro Astalli dal titolo “La scrittura non va in esilio”.

Il racconto è premonitore per gli spiacevoli eventi che in questo periodo stanno vedendo l’Afghanistan al centro del dibattito politico.

Tanti i temi proposti che sono concentrati in queste poche battute: dal diritto d’asilo al diritto all’istruzione, dall’immigrazione al dialogo interreligioso.

I molteplici “giochi stilistici” che contraddistinguono il suo stile non lasciano al lettore il tempo di metabolizzare i colpi di scena.

L’autrice del testo, infatti, oltre ad esser la vincitrice del suddetto concorso, ha perfezionato la sua tecnica di scrittura presso la rinomata scuola Holden di Torino.


Omar Sabbatini, VH


“LA RAGAZZA AFGANA”

di Diletta Piromallo


“Alia, smettila di muovere le gambe! non vedi che stai alzando un polverone?!”. Terza ora...siamo a lezione di matematica e Alia siede di fronte a me, non riesce a stare ferma un secondo abituata com’è all’agitazione del mercato dove lavora il padre e che lei qualche volta accompagna. Ogni mattina è così, lei che scalcia sotto il banco ed io dietro che mi devo subire la polvere che irrimediabilmente si deposita sui miei vestiti...arrivata a casa devo subito ripulirli... come se non avessi già abbastanza da fare. Oggi devo passare dalla maestra Robina, responsabile delle classi dei più piccoli, e convincerla a far ammettere mio fratello Kashar in una di queste. Ci ho provato già diverse volte ma non ci sono mai riuscita, i bambini sono tanti, troppi, per i luoghi così ridotti a disposizione del comparto scuola.

Questa volta però devo riuscirci, l’anziana vicina di casa, alla quale di solito affido Kashar la mattina, giusto le poche ore di lezione, mi ha detto ieri che probabilmente lascerà la casa e andrà a stare dal figlio, perciò se non voglio abbandonare le lezioni noiose di matematica dovrò trovare una soluzione... ed in fretta. All’improvviso la maestra Zahira smette di parlare ed esce dalla classe, chiamata dalla maestra dell’aula affianco; non ne capisco il motivo, colpa mia, devo dire di non aver mantenuto tanto la concentrazione, persa com'ero nei miei pensieri e nella polvere alzata da Alia. Per rimediare chiedo tra le mie compagne il perché la maestra si sia allontanata, ma nessuna lo ha capito, non gli interessa, anzi, per loro è un’occasione da non perdere per alzarsi e continuare a giocare. Non nascondo che anche a me piacerebbe alzarmi e iniziare a rincorrere le altre come fanno tutte, ma è da un po’ che non gioco più e, nella paura di non saperlo più fare, preferisco starmene seduta e cercare di capire il motivo che ha fatto interrompere la lezione giornaliera. Una buona notizia è che non devo aspettare molto affinché la mia curiosità venga soddisfatta. Infatti dopo qualche minuto la maestra Zahira rientra in classe accompagnata da un’altra persona. Un uomo per la precisione, non l’ho mai visto prima; qualche volta, è vero, vengono a fare dei controlli visto che la zona dove abito non è una delle più tranquille, ma nel mio Paese di tranquillo non vi è più niente da un po’ di tempo ormai... In ogni caso quest’uomo non può far parte delle forze di polizia, sono tutti vestiti uguali e poi...hanno sempre la stessa espressione sul viso, corrucciata, azzarderei quasi preoccupata, che li rende tutti più o meno simili, lui invece è diverso. E’ solo innanzitutto, sulla trentina, con dei lunghi capelli e una folta barba, occhi chiari, carnagione chiara. Non è di queste parti, sicuramente non è nato in Afghanistan e non credo ci viva, lo si capisce da come guarda, assorto e stupito, la nostra classe e come guarda noi. Non so dire da dove venga...probabilmente un posto lontano da qui ed in parte non posso che augurarglielo, vorrei anch’io andarmene...magari lì, a casa di quest’uomo, troverei una classe per mio fratello e potrei continuare a frequentare le lezioni noiose di matematica. Lo straniero parla una lingua che non comprendo, ma sembra che la maestra Zahira la capisca, indica noi e indica con le mani le borse alquanto pesanti e ingombranti che porta con sé, la maestra fa un cenno di assenso con la testa e l’uomo si gira verso di noi. Il suo sguardo si posa sull’intera classe, inizialmente sulle mie compagne che probabilmente riusciranno a calmarsi e a smettere di correre in giro solo dopo un richiamo dalle maestra, e poi su di me. Mi guarda, mi scruta attentamente; lo guardo a mia volta, nessuno mi aveva mai guardata con così tanta attenzione ed interesse...beh nessuno eccetto mio padre. Mio padre mi osservava sempre e con un solo sguardo capiva se c’era qualcosa che mi turbava, ora non più. L’uomo mi sta ancora osservando, i suoi occhi e la sua espressione sono così profondi che ho la sensazione che mi stia scavando

dentro...basta, distolgo lo sguardo, dopo tutto ciò che è successo non posso permettere che qualcuno intraveda soltanto il caos che vi è sotto la superficie e che tengo lontano da tutti.

Lo straniero smette di guardarmi e, inginocchiatosi, tira fuori da una di quelle borse che ha lasciato in un angolo per terra, un congegno nero che adesso si mette intorno al collo, sembra avere davanti una grande lente; non l’ho mai visto prima. Ora ha tutta l’attenzione anche delle mie compagne che dopo essersi accorte della sua presenza, sono anche loro state catturate dalla curiosa forma di quell’oggetto; si rivolge ad una di loro, si piega alla sua altezza e con dei gesti le chiede di restare ferma e...flash!! Si vede per una frazione di secondo una luce improvvisa e poi...nulla. Confesso di essermi spaventata; Alia vedendomi sobbalzare mi dice di stare tranquilla, che quell’oggetto non fa del male, a quanto pare l’ha visto in giro per il mercato, uno di quei giorni in cui è andata ad aiutare suo padre; lui le ha spiegato che le persone lo usano per fare delle “foto”, cioè inquadrano un momento o una persona che vogliono ricordare ed esse immortalano quell’esatto momento o persona per sempre, in modo che tu ogni volta che vuoi, guardandole, puoi riviverlo. Infine, dopo aver fatto la stessa cosa con tutte le mie compagne, si posiziona di fronte a me. Aspetto che sprigioni da quello strano oggetto l’improvvisa luce...sono in ansia, sento di nuovo addosso la sensazione di terrore che ho provato l’ultima volta che ho visto i miei genitori, avevano anche loro puntato un oggetto alla propria altezza. L’ultima cosa che mi ha detto mio padre è stata “Corri.” Ed ho corso, ho corso con mio fratello in braccio, ho corso così tanto che non riuscivo più a sentire le gambe, sono rimasta sporca di fango per giorni...altro che polvere di Alia. L’uomo senza preavviso abbassa il suo strumento. Facendosi aiutare dalla maestra inizia a parlarmi “ Ciao, io sono Steve, tu come ti chiami?”,”Sharbat Gula” gli rispondo, “ cosa significa il tuo nome?”,” Ragazza fiore d’acqua dolce, mi hanno sempre detto che è stato mio padre a sceglierlo”, “Ha fatto una scelta eccellente, rispecchia esattamente il colore dei tuoi occhi e sai, dicono che gli occhi siano lo specchio dell’anima”,” Anche mio padre lo diceva sempre!”,” Ora respira e guardami”. Un Istante dopo la luce si sprigiona e l’uomo si rialza, mi fa vedere la foto che ha scattato sorridendomi. Wow...questa è la prima volta che, nonostante la polvere e gli svariati buchi sui miei vestiti, mi definirei bella. Questo sconosciuto che probabilmente non incontrerò mai più, oltre a farmi la mia prima foto, è riuscito a regalarmi un sorriso dopo tanto tempo.


Diletta Piromallo, VH


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