La morte dell'individuo


La realtà, a livello fisico, non è divisibile infinitamente: esistono delle unità minime della materia e dell’energia, chiamate quanti, ma, se vogliamo un elemento che mantenga le sue proprietà non possiamo dividerlo in cose più piccole di un atomo; questo non è sufficiente per ogni materiale: esistono sostanze, come l’acqua, che sono composte da più atomi di specie diversa, in questo caso l’unità minima è la molecola.

Nel caso degli esseri viventi l’unità minima è la cellula, ma, nel momento in cui gli esseri viventi diventano più complessi, qual è l’unità minima? Ogni singola cellula del corpo umano è viva, ma nessuno penserebbe mai di identificare il mio braccio o la mia gamba come un essere umano a sé stante; neanche il cervello è considerabile come entità unica, considerato che, nel momento in cui si dividono i due emisferi cerebrali recidendo il corpo calloso, i due emisferi continuano a lavorare separatamente formando due personalità diverse, che, tuttavia, mancano di alcune capacità (solo l’emisfero sinistro ha la capacità di parlare, mentre solo il destro è capace di riconoscere i volti).

Nello stesso momento non possiamo neanche identificare il cervello con più di un’entità poiché le parti che lo compongono non sono divisibili in una maniera precisa e tutto ciò che riguarda la divisione della personalità è molto sfumato.

Se proviamo a definire l’individuo “dall’alto” la situazione si complica: il singolo è risultato dell’ambiente che lo circonda; oppure l’uomo è autodeterminato ed è lui a manipolare ciò che gli sta intorno?

Entrambe le casistiche, se prese in maniera assoluta, presentano delle contraddizioni:

· Se l’individuo è determinato dall’ambiente in maniera assoluta e quindi non è in alcun modo definito da altro, esso è solo un’illusione creata dall’ambiente stesso, non crea le informazioni di sua volontà, poiché queste sono in qualche modo create dall’ambiente e, infine, non è possibile modificare l’ambiente se non in maniera determinata dall’ambiente stesso.

Quindi, qualora la nostra vita sia regolata solo da fattori a noi esterni, l’etica come la conosciamo decade (se non c’è scelta e la libertà è puramente illusoria, allora i concetti di giusto e sbagliato perdono valore e diventiamo marionette controllate da qualcosa più grande di noi) e il capitalismo, o il patriarcato, o qualsiasi altra cosa, non possono essere rovesciati dai singoli se non per la “volontà” di una Storia onnicomprensiva che determina ogni sviluppo della realtà.

· Se l’individuo è autodeterminato in maniera assoluta si scade in un elitarismo che porta ad appoggiare l’eugenetica o l’idea di razza: visto che l’individuo è autodeterminato, le caratteristiche migliori sono insite all’interno di lui e impedire di riprodursi a chiunque non ha successo diventa un modo per permettere di migliorare l’essere umano. In questo caso le critiche sono principalmente scientifiche: ci sono molti studi che testimoniano l’influenza dell’ambiente, e non solo del codice genetico, sullo sviluppo cerebrale.

L’idea di purezza razziale all’interno dell’essere umano è stata sfatata più di 50 anni fa, in particolare per due motivi: il concetto di razza è artificiale ed ha valore solo in un contesto zootecnico e, a livello evolutivo, la diversità genomica è particolarmente vantaggiosa per la specie. Inoltre, l’uomo, come monade, non può andare lontano: tutti gli sviluppi della nostra società sono basati sull’equilibrio tra competizione e cooperazione.

Nel corso dei secolo si è cercato di definire l’individuo in una maniera sempre più complessa e precisa, attraverso la divisione dell’identità in sottogruppi diversi, ma non siamo comunque riusciti a dare una risposta precisa su che cosa sia esattamente l’individuo, sia da un punto di vista spaziale, sia, come vedremo ora, da quello temporale.


Proprio in funzione della temporalità dell’uomo, è interessante l’esempio della Nave di Teseo: per evitare che il legno marcisse si cambiava ogni anno una delle tavole che la componevano, fino al momento in cui nessuna delle tavole che la formavano prima era più presente al suo interno. Chiedendo a un filosofo e a uno scienziato se le due navi siano le stesse, probabilmente si otterrebbero due risposte diverse, perché considerano l’identità della nave da due punti di vista diversi; nel caso degli esseri umani la questione è più complessa, perché gli esseri umani, col tempo, non cambiano solo nella forma: se io parlassi con il me di 10 anni fa, sicuramente troverei molte differenze nel suo modo di pensare e nella sua visione del mondo, nonostante quel bambino sia io.

Il problema temporale ha quattro soluzioni in base all’ottica con cui si valuta il problema.

1) Io e il me di 10 anni fa siamo la stessa persona perché abbiamo una caratteristica metafisica immutabile nel tempo, come l’anima, e le differenze sono solo una differente manifestazione di quest’ultima

2) Io e il me di 10 anni fa siamo la stessa persona ma solo in maniera retroattiva: io sono il me del passato perché ho ancora i suoi ricordi e sono influenzato da lui, ma il me del passato non è il me del futuro, perché la mia influenza su di lui è quasi nulla e si riduce solo alle sue aspettative.

3) Io e il me di 10 anni fa siamo la stessa persona solo da un punto di vista formale: ho il suo nome e il suo DNA, ma sono una persona diversa da ogni altro punto di vista.

4) Io e il me di 10 anni fa condividiamo alcuni aspetti comuni dati dalle nostre caratteristiche innate, ma non siamo la stessa persona, nello stesso modo in cui due gemelli omozigoti sono distinti.

La concezione di individuo è quindi abbastanza sottile, almeno da un punto di vista puramente materiale; considerato che l’uomo vive sempre nel presente e per lui il futuro e il passato sono quasi illusioni (il nostro passato è l’insieme dei nostri ricordi, indipendente dal fatto che sia uguale alla realtà, mentre il nostro il futuro è ciò che noi ci aspettiamo e ciò che desideriamo e, anche in questo caso, non dipende strettamente da ciò che ci accade intorno) l’unica versione vera di noi è quella presente.

Se poi passiamo ad una visione intersoggettiva dell’individuo, oltre a tutte le cose descritte precedentemente, entra in gioco la visione che le persone hanno di loro stesse e degli altri; l’Io reale non può essere conosciuto da nessuno, in quanto nessuno può conoscere in una maniera oggettiva, per via del giudizio inevitabile, spesso inconscio, che la mente applica a qualunque cosa percepisca e quindi si può solo cercare di approssimarlo cercando di sommare insieme il modo in cui la persona viene vista da se stessa e da chi le sta intorno, ottenendo quindi una versione verosimile di ciò che il singolo potrebbe essere.

Come possiamo definirci è un grande mistero, ma c’è una cosa certa: non possiamo negare di esistere, perché se non esistessimo, non potremmo negare di esistere.

Carlo Philip Carretta IIIA