L'inutilità delle carceri italiane


Un titolo provocatorio ma necessario a riflettere su un concetto molto importante trattato anche nell’ultima assemblea studentesca. Il carcere è effettivamente riabilitativo e paideuitico per coloro che vi finiscono, essendo quello italiano con uno dei tassi di recidiva più alti d’Europa (circa 70%)?

Partiamo analizzando la costituzionalità del carcere. Articoli della costituzione italiana, oltre che della Dichiarazione fondamentale dei diritti umani, affermano come tutti individui abbiano ugual diritto e dignità e che mai possano versare in condizione degradanti, dunque che lo Stato debba garantire i diritti inviolabili dell’uomo oltre che come singolo, nelle formazioni sociali. I principi cardine della nostra costituzione sembrano allora essere in contraddizione con quanto avviene nelle carceri, dove gli individui, sbattuti in cella, vengono privati di lavoro, contatto con affetti e libertà. Lo stato distrugge dunque la dignità degli individui, i quali, una volta usciti, saranno solamente incattiviti e propensi nuovamente a delinquere, dato che per anni hanno covato solamente rabbia contro un’istituzione che si impegna quasi solamente a punire l’individuo piuttosto che a formarlo.

Proprio su quest’ultimo punto intendo puntare il dito contro lo Stato, la funzione rieducativa dell’individuo, sancita dall’articolo 27 della nostra costituzione, è infatti pressoché inesistente e lo dimostra il tasso di recidiva del 70% (uno dei più alti in Europa). L’uomo in prigione viene abbandonato dallo Stato e soprattutto non viene isolato dal contesto che lo ha portato a delinquere l’unico insegnamento che lo Stato fornisce è che se sbagli commettendo un crimine, soffri. In questo modo però nelle persone non fai altro che ottenere obbedienza, la quale però si basa sul controllo, dunque se il controllo viene meno, si ritorna a delinquere. Bisognerebbe perciò investire più risorse nelle carceri, assumendo, per esempio, più educatori e psicologi e fornendo maggiori sussidi alle aziende che decidono di assumere ex detenuti, ovvero che cercano di dare loro una vita alternativa rispetto a quella criminale. Quasi inutile dire come invece vadano abolite riforme giustizialiste, come quella dell’ormai ex ministro Bonafede che blocca la prescrizione al primo grado di giudizio, mentre altre invece potrebbero tranquillamente essere depenalizzate. Il diritto penale italiano, nonostante abbia subito tantissime variazioni nel corso degli anni, si basa sul Codice Rocco, risalente al ventennio fascista e che conserva qualche elemento discutibile, punendo eccessivamente reati minori per cui una pena detentiva non servirebbe, come l’oltraggio a pubblico ufficiale (fino a tre anni di carcere). Altre svolte potrebbero attuarsi anche nei confronti delle vittime, spesso dimenticate e che raramente si consolano con pene severe nei confronti del criminale di turno; da questo punto di vista sarebbe un’idea una giustizia riparativa che dia un sostegno psicologico alla vittima e che faccia comprendere al criminale la gravità del reato commesso, per poi cercare una riconciliazione finale tra le due parti.

Forse tutto ciò è un’utopia, o forse cerchiamo troppo spesso ciò che è più facile e conveniente da fare piuttosto che ciò che è più giusto, invito infine a ricordare che un essere umano non smette mai di essere tale neanche dietro alle sbarre.


Alessandro Marotta, IVB



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