L'ATTACCO DEI GIGANTI: anime, filosofia e un inno alla vita (spoiler)

L’umanità si è quasi del tutto estinta a causa di giganteschi esseri umanoidi animati dal solo desiderio di mangiare gli esseri umani, gli ultimi superstiti si sono rifugiati dietro tre cinta di colossali mura, con risorse insufficienti per il sostentamento della popolazione: una voce narrante presenta così il mondo distopico de “L’Attacco dei Giganti”, serie animata, tratta dall’omonimo fumetto, di incredibile successo anche tra i non amanti del genere, come il sottoscritto. Perché ha riscosso così tanto apprezzamento, e in che modo la filosofia occidentale ha influenzato la creazione di un capolavoro d’animazione giapponese?

Il primissimo episodio inizia con la distruzione delle mura nella città natale del protagonista, Eren, dopo 100 anni di pace, ad opera del “Gigante colossale”, un umanoide alto 60 metri e privo di pelle, che con un solo calcio distrugge l’unica barriera che separa l’umanità dall’estinzione e che scatena un’invasione di giganti più piccoli, privi di intelligenza e animati dal solo desiderio di divorare i poveri abitanti, inclusa la madre di Eren la quale viene mangiata proprio sotto gli occhi del figlio che, mosso dal dolore e dalla disperazione, giura di eliminare tutti i giganti.

Cinque anni dopo l’attacco, il protagonista e i suoi amici si sono arruolati nel Corpo di Ricerca, il ramo dell’esercito creato per contrastare i giganti, e, sicuri dell’addestramento ricevuto, sono convinti di riuscire a dare una nuova speranza all’umanità. Eppure il Colossale ricompare ed attacca il secondo cerchio di mura, minacciando la sopravvivenza del genere umano: i nuovi cadetti, ai quali lo spettatore ha imparato a voler bene negli episodi precedenti, vengono massacrati uno dopo l’altro, ed Eren stesso muore tra le fauci di un gigante per salvare il suo amico Armin. I sopravvissuti perdono ogni speranza di successo arrendendosi ai giganti: tutto sembra perduto. Ma Mikasa, un’amica del protagonista, bloccata da un gigante che le sorride beffardo, ode dei passi pesanti ed un pugno che risuona in tutta la città: un gigante anomalo lotta contro i suoi simili e ne uccide a dozzine, resistendo con pura e cruda forza di volontà all’assalto di decine di loro. Quell’anomalia è proprio Eren, il protagonista che davamo per morto, e grazie al suo aiuto riescono a riconquistare il territorio perduto.

Questo riassunto ha permesso di gettare le basi di un’analisi degli elementi filosofici e letterari della serie.

L’ambientazione spazio-temporale è fortemente Leopardiana: la natura è matrigna crudele ed indifferente della condizione degli uomini, e, noncurante del loro destino, avanza sotto forma dei giganti, personificazione della morte che beffarda ride dei tentativi futili dell’uomo di sconfiggerla.

Il pessimismo di stampo Leopardiano influenza ogni aspetto del mondo di AoT:

l’uomo è, Hobbesianamente, homo homini lupus, ovvero egoista, approfittatore, e ha rivelato la parte peggiore della sua natura una volta messo alle strette dalle frequenti carestie e dall’orlo dell’estinzione. Questa situazioni è frutto di un pessimismo antropologico (basti pensare che alla scarsità di cibo si tenta di rimediare in modo Malthusiano, spedendo al massacro un quarto della popolazione privo di addestramento o equipaggiamento adeguati); l’invincibilità del nemico, rappresentato dai giganti, la loro inevitabilità e la futilità degli sforzi del genere umano è invece scaturita dal pessimismo cosmico.

La serie non risparmia allo spettatore la tragicità della morte, che non solo si prende gioco degli umani, i quali tentano di evitarla come formiche sotto uno stivale e di sconfiggerla, ma che si mostra spessissimo banale: la stragrande maggioranza dei personaggi muore senza celebrazioni o sacrifici epici, senza nessuno che possa ascoltare le loro ultime parole o ricordare i loro ultimi gesti prima di andare incontro alla fine. È l’utilizzo di questi elementi che dà agli spettatori la sensazione che si sia toccato il fondo, e sia loro che i personaggi sembrano arrendersi del tutto.

Ma il possente pugno sferrato da Eren è come un tuono che risveglia spettatori e personaggi dal torpore indolenzito della disperazione, un inno alla libertà umana di determinare il proprio destino, una celebrazione dell’incrollabile desiderio di sopravvivere e di prevalere sulle avversità che ha sempre caratterizzato la specie umana; Eren, che rappresenta l’umanità intera con i suoi pregi e i suoi difetti, rifiuta di arrendersi alle circostanze e combatte. Non importa quanto disperata sembri la battaglia: combatte. Non importa quanto inique siano le forze: combatte. Non importa quanto incerto sia il risultato: lui combatte e avanza fino al suo ultimo respiro, perché c’è qualcosa che niente e nessuno, nemmeno i giganti, potrà mai sottrarre all’uomo, ed è la libertà di combattere per il proprio destino. Il suo urlo che squarcia l’aria intorno ai sopravvissuti li scuote nel profondo, e la possibilità di vincere li anima con rinnovato desiderio di vivere: la disperazione diventa determinazione, il terrore diventa rabbia e voglia di rivalsa, tutto questo li spinge ad “offrire il loro cuore” (come recita il motto del corpo di ricerca) durante l’operazione di riconquista della città, ben consci della possibilità della loro morte ma disposti ad accettarla perché hanno realizzato che arrendendosi alle circostanze avrebbero rinunciato a ciò che li rende umani.

Come abbiamo avuto modo di vedere, l’autore ha tratto forte ispirazione dal Titanismo romantico dell’Ottocento e dall’Idealismo soggettivo tedesco di Johann Gottlieb Fichte: il protagonista, come l’intellettuale romantico, è titano letteralmente e metaforicamente nella sua lotta contro un mondo che invece lo respinge, lo ostacola ed è determinato a schiacciarlo, considerandolo solo l’ennesimo umano che si oppone inutilmente al corso degli eventi.

L’influenza di Fichte è invece da ritrovare nella sua teoria dello “Streben”, ovvero della tensione. Secondo il filosofo tedesco , la realtà è formata dall’interazione tra Io infinito, il non-Io finito e l’Io finito: il primo ha posto in sé stesso il non-Io, un limite, che Fichte identifica nella natura, e per opporsi al non-Io pone l’Io finito, ovvero l’uomo, in continua e perenne tensione nei confronti della natura che tenta di sopprimere e limitare il desiderio dell’Io finito di tornare all’Io infinito, cioè dal suo progenitore, e verso la libertà, che viene sì descritta come irraggiungibile, ma verso la quale l’uomo ha sempre teso e tenderà sempre. L’uomo è contemporaneamente l’arco e la freccia che viene scoccata per raggiungere la libertà senza alcuna garanzia di successo, ma che tenta senza curarsene.

È proprio la sapiente miscela di tragicità e di speranza che rende questa serie così d’impatto, così degna di farsi ricordare: in un mondo di prodotti in cui sdolcinatezza e tristezza vengono portate agli estremi, spesso in modo irrealistico, L’attacco dei Giganti è in grado di restituire allo spettatore lo spettro completo delle emozioni umane e di generare in lui e nei personaggi, tutti ottimamente caratterizzati, risposte emotive realistiche, anche in un mondo così lontano dal nostro. L’attacco dei Giganti dimostra che la nostra vita è qualcosa che vale la pena salvaguardare, con tutta la sua sofferenza e la sua imprevedibilità; perché la vita non è solo tribolazione, ma anche gioia, commozione, amicizia, amore, libertà e, fino a quando continueranno ad esistere, continueremo a lottare.


Gabriele Colella, VB




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Vorrei fosse illegale amarti, soffrire per colpa degli altri. Vorrei dirti cosa provo ma poi che penseresti? Vorrei dirti cosa sono, ma poi mi guarderesti allo stesso modo? Mi hai detto la verità e mi