IDEA, PSICOLOGIA E DOLORE

Delitto e castigo: viaggio all’interno della psiche umana

Si dice che l’idea sia il parassita più pericoloso ed invadente, per la capacità della stessa di insinuarsi subdolamente e silenziosamente all’interno della mente umana e, stagnandovisi, di creare l’ambiente perfetto per stabilizzarvisi ed impadronirsene. A cosa un individuo può essere portato dall’influenza, dall’azione, e dal volere di un’idea malsana? E se questa idea si fondasse e trovasse le proprie fondamenta nella debolezza umana? Nel suo “Delitto e Castigo” Dostoevskij propone nel protagonista Raskol’nikov tale situazione: la condizione economica tutt’altro che agiata ed il peso angoscioso dell’amore della madre e della sorella gravano su di lui spropositatamente, costringendolo ad abbandonare gli studi e l’università, rintanandosi nel proprio ‘stambugio’ basso ed angusto in uno dei quartieri di una Pietroburgo ottocentesca; tanto in profondità egli si immerge nel sudiciume dell’abisso di sé stesso che finisce per allontanarsi da tutti, nauseato dalla sola idea di poter avere contatti umani. È proprio in tale abbietta e desolata situazione, incattivito ed accompagnato da un inconsapevole complesso di inferiorità, da una solitudine logorante e da profonda angoscia, che a Raskol’nikov viene un’idea: dapprima una misera riflessione, un concetto stuzzicante, un giocondo ed al tempo stesso aberrante pensiero senza fondo, che andrà poi ad insinuarsi sempre più profondamente nel suo animo. Un’idea quasi esterna a sé che il giovane comincia però ad interiorizzare e fare sua, un’idea ‘rivoltante, ripugnante ed indecorosa’ attorno alla quale finisce per costruire una serie di ideologie e considerazioni teoriche, forse da sempre serbate nel proprio animo. L’idea altro non è che ‘spargere del sangue’, ed uccidere una vecchia usuraia, un ‘pidocchio’ (come viene definita), avida, perfida ed arricchita, inconsciamente associata all’angoscia ed alla rabbia, che da tempo risiedono nel suo animo. Alla fine il sangue viene versato davvero, e più di quello premeditato: non solo quello della vecchia, ma anche quello della sorella di lei, piccola e candida figura sottomessa, ritratto di gentilezza e pacatezza. Raskol’nikov si ritrova così metaforicamente ad uccidere la rabbia e l’angoscia ed anche la purezza e l’amabilità. L’omicidio è tutto, ma allo stesso tempo è niente: è tutto ma è solo un contorno.

Una domanda sorge spontanea: qual è lo scopo? Quali sono le motivazioni che hanno spinto le mani del personaggio dostoevskijano a macchiarsi di sangue? Cosa ha ricercato in tale gesto? Ebbene, non guadagno personale derivato dalla successiva rapina, non mero odio infondato nei confronti della vittima, e neanche (ci mancherebbe) il desiderio di procurare del bene comune tramite tale azione spregevole (ipotesi che sarebbe, fra le altre cose, infondata ed insensata); l’omicidio è stato, per Raskol’nikov, una prova. E cosa, nello specifico, deve essere provato? Per rispondere a tale domanda è necessario ripercorrere i passi compiuti dalla mente dell’individuo, e mettere in luce le ideologie e le considerazioni che ha costruito attorno all’aberrante idea, nata da un momento all’altro, che ha attanagliato la sua mente per mesi. Tutto risiede nella visione dell’umanità del giovane: egli reputa infatti che ci siano due tipologie di uomini, da una parte i ‘semplici’, mediocri la cui esistenza ha il solo scopo di portare avanti la razza umana, che mai potranno apportare cambiamenti considerevoli alla società ed all’umanità, e che rappresentano gran parte degli individui; dall’altra vi sono i cosiddetti ‘uomini straordinari’, inevitabilmente superiori ai primi, contraddistinti per particolari e singolari capacità, destinati a raggiungere acclamazione, approvazione comune e glorificazione in vita o, più frequentemente, in morte; ciò che però contraddistingue maggiormente i secondi e li differenzia dai primi è l’assolutismo di questi: essi sono infatti sciolti da ogni dovere pubblico e legislativo, trascendono il concetto di male, non sono tenuti a rispettare nessun tipo di legge, regola, od obbligo, ed anzi possono macchiarsi dei crimini più nefandi, se attui a raggiungere il proprio scopo, proprio perché ‘straordinari’, e capaci, quindi, di apportare cambiamenti radicalmente positivi per il mondo (si potrebbe parlare di una sorta di predizione del pensiero di Nietzsche). Non serve esplicare quanto poi possa essere disgustosa e nefanda tale ideologia. È però proprio questa considerazione teorica che presidia nella mente del giovane, e che ha modellato a proprio piacere intorno alla di cui già tanto discussa idea; e per questa stessa, il delitto commesso, l’omicidio, altro non è che una prova: ciò che Raskol’nikov vuole provare, è la propria natura di uomo straordinario; egli vuole assicurarsi di riuscire a superare un limite, che raggiunge (ma che, tuttavia, non riesce a superare), vuole compiere il primo passo per realizzarsi in quanto appartenente ad una categoria di uomini speciali, in quando avente il diritto ed il dovere di agire secondo i propri bisogni: ed i soldi della vecchia usuraia sarebbero stati, per lui, di grande aiuto, se solo egli fosse stato uno straordinario e se fosse riuscito a superare il limite. È a questo punto, quindi, che subentra il fallimento, che non consiste nella mancata rapina e nel mancato arricchimento, ma nella realizzazione che egli, un uomo straordinario, non lo è affetto, ma che anzi è solo un ‘pidocchio’, alla stregua forse della stessa usuraia, addirittura innalzatosi mentalmente ed erroneamente a straordinario: la perdita di lucidità mentale che contraddistingue gran parte di coloro che si macchiano di un crimine, il delirio, e la profonda sofferenza in cui si impantana il proprio animo ne sono la prova; e la vergogna pesa in un modo così insopportabile nell’animo del giovane, il proprio complesso di inferiorità mascherato da manie di grandezza, dettate da un animo giovanile, torna a galla così prepotentemente, la consapevolezza del fallimento è così vivida in lui, che quasi arriva a farla finita, gettandosi nel Neva, per lasciare all’acqua il peso greve che preme sull’animo. Alla fine, quasi insensatamente, come egli spesso pensa, cede, e si costituisce, dopo giorni di delirio e sofferenze; egli è comunque un uomo normale, ed in quanto tale le conseguenze della propria tracotanza risentono del peso della coscienza, e necessitano di essere punite per trovare la pace, ormai persa da tanto.

Il pentimento è, tuttavia, assente; non una punta di rimpianto o rammarico egli prova per il delitto commesso: si duole e si pente solo del proprio fallimento, perché “il delitto commesso non è neanche considerabile tale, si potrebbe dire invece che sia stata una sciocchezza, ma io non sono riuscito ad affrontare neanche il primo passo”. Ebbene, fino alla fine Raskol’nikov è accompagnato dalle proprie ideologie che, nonostante la consapevolezza della propria natura, imperterrite permangono in lui, radicate ormai nel profondo.

È l’uomo perciò destinato alla condanna di un’eterna sofferenza? La risposta di Dostoevskij è chiara: l’uomo, in quanto tale, è predestinato e condannato al dolore, ma ciò non implica che egli non possa in alcun modo trovare una forma di benessere e pace: il dolore stesso altro non è, infatti, che una forma di espiazione, è contraddittoriamente un mezzo per alleviare sé stesso, ed attraverso cui è possibile rinascere. Il colpevole tende quindi a, seppur inconsciamente ed in parte, cercare di raggiungere la propria punizione, verso la quale il giovane Raskol’nikov si trascina.

Delitto e castigo è il romanzo di un’idea, della psicologia, e del dolore. Dostoevskij scava nel profondo dell’animo umano, ne mette in luce i lati più oscuri, caratterizza i propri personaggi presentandoli tramite un’introspezione accurata e meticolosa, penetra nella psiche umana e ne rivolta ogni lato (lo stesso Pasolini affermerà, nel 1974, in uno scritto, che lo scrittore veramente riuscì a preannunciare, oltre che Nietzsche e Kafka, anche Freud), e lascia all’interpretazione quel barlume di speranza di cui forse in molti sentono la necessità.


L’idea, attorno alla quale il romanzo ruota, ha trovato le proprie fondamenta nella mente provata di un giovane solo, abbandonato a sé stesso, costernato per la piega in cui volgeva la vita degli unici due membri famigliari a lui rimasti, condizionato dal proprio disagio economico, e terribilmente privo di stimoli. Rivalutata in chiave moderna, la situazione in cui Raskol’nikov si ritrova all’inizio dell’opera, e che precede il delitto, sembra rispecchiare, per certi versi, una parte di vita a cui tutti sono stati costretti negli ultimi tempi; e per quanto estremo l’esempio riportato possa essere (e per certi versi poco calzante), lo spunto di riflessione ha avuto facile nascita, ed è indubbio che, in una mente giovane e nel pieno della propria fioritura, solitudine e mancanza di stimoli possano divenire importanti cause di malessere con cui interfacciarsi.




Giulia Prian IIIA