FENOMENOLOGIA DEL PERDENTE

La prima conseguenza dell’imperfezione umana è la fallibilità, quindi chiunque, indipendentemente da quanto sia capace in qualcosa, può perdere, e finirà con il farlo. A nessuno piace perdere, e ognuno di noi, se potesse, smetterebbe di farlo, ma il fatto che accada ci permette di realizzare la nostra umanità. Quasi tutti sanno vincere, mentre perdere è qualcosa di molto più doloroso, difficile da superare, istruttivo. Non è un caso che l’indole di una persona possa essere conosciuta proprio attraverso una sconfitta: la sconfitta è una specie di piccolo lutto, e per questo la sua elaborazione si distribuisce nelle famose cinque fasi: rifiuto, contrattazione, rabbia, depressione e accettazione. Nonostante sia impossibile riuscire a superare completamente il fatto di aver perso, dal dolore si può e si deve sempre imparare qualcosa: solo l’umiliazione di una sconfitta e la sensazione di non essere riusciti a fare abbastanza ci permettono di godere della vittoria e di essere in grado di desiderarla. Quando non si è abituati a perdere, perché si possiedono qualità straordinarie o perché non si ha ancora affrontato una sfida abbastanza ardua, essere i primi è una noiosa norma ed essere secondi diventa uno scandalo inaccettabile: se questo accade, l’animo non abituato alla sconfitta si comporta nello stesso modo in cui si comporterebbe un bambino a cui viene sottratto il proprio giocattolo: urla isteriche, pianti e azioni violente di varia natura. In questo l’educazione è particolarmente importante: nei paesi dove i sistemi scolastici sono più competitivi, aumentano considerevolmente l’incidenza di disturbi come depressione o ansia e il tasso di suicidi, perché non viene insegnato a perdere, perché la vittoria è fondamentale, e non ottenerla porta all’emarginazione sociale e all’incapacità di trovare lavoro. Il fenomeno “hikikomori” nasce anche da questo: molti giovani e non, incapaci sia di perdere che di vincere, si trovano rinchiusi in un isolamento autoimposto che può durare anche anni.

L’eccessiva competitività che contraddistingue sempre di più la società odierna è legata a due temi molto vicini tra loro:

  • Oggi viviamo un individualismo folle che è sicuramente uno stimolo alla “cultura della vittoria”: se collaborare con l’altro è come collaborare con il nemico, allora perdere non può essere un’opzione, ogni relazione che non abbia come scopo lo sfruttamento è tempo sprecato e la cooperazione è vista con diffidenza.

  • L’idealizzazione del mito capitalista, del “self-made-man”, che non deve per forza essere legata all’anticapitalismo: Elon Musk, Steve Jobs e Jeff Bezos sono tutti accomunati dai fallimenti che hanno dovuto superare per riuscire a costruire la loro enorme ricchezza. Se ciò non bastasse, il capitalismo contemporaneo, per quanto nasca come individualista, non presuppone l’eccesso di individualismo a cui stiamo assistendo ed è quindi in antitesi rispetto all’applicazione che stiamo vivendo: da un punto di vista teorico lo scopo finale del liberismo è il raggiungimento della felicità collettiva, cosa difficilmente raggiungibile in un mondo che è così competitivo da mettere la vittoria al di sopra del profitto.

“Solo un uomo che sappia cosa voglia dire essere sconfitto può scendere fino al fondo della sua anima e venire su con quell’oncia di potenza necessaria per vincere quando il combattimento è pari”.

Muhammad Alì

Carlo Philip Carretta, IVA


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