Emancipazione Femminile durante il Periodo Fascista

“Quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere” - Bertolt Brecht


Introduzione

Lo scopo di questo articolo risulta essere un’attenta analisi sulla condizione delle donne in Italia durante il Ventennio Fascista, un periodo di profonda involuzione dei diritti fondamentali di queste ultime. Ritengo di rilevante importanza ripercorrere repentinamente questo passato storico e metterne in luce i crimini, i soprusi e le ingiustizie che l’hanno caratterizzato, sottolineando anche come lo spettro di questo plumbeo periodo storico sia presente tuttora nella nostra “democratica’’ Europa.


1)Le discriminazioni Politiche, Sociali, Giuridiche.


«La donna deve obbedire. Essa è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto dell’architettura in tutti questi secoli? Le si dica di costruirmi una capanna, non dico un tempio! Non lo può! Se io le concedessi il diritto elettorale, mi si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare» - Benito Mussolini


Inizio la mia analisi sulla condizione della donna durante il Ventennio Fascista con questa citazione di Benito Mussolini, presente nella raccolta “Opera omnia (1951)”, edizione La Fenice - Firenze.

Durante il Ventennio Fascista le donne videro insoddisfatte le loro aspettative di emancipazione politico-sociale, dal momento che il regime fascista in un primo momento strumentalizzò le loro proposte per meri motivi di propaganda, per poi disattenderle una volta consolidato il regime mussoliniano, relegando le donne esclusivamente al ruolo di «madri esemplari e mogli». Se la prima ondata femminista americana si concluse nel 1920 con una decisiva vittoria (alle donne finalmente venne concesso il diritto di voto), in Italia le cose si aggravarono con l’arrivo di Benito Mussolini: occorre precisare che il fascismo asfissiò ogni spinta di emancipazione femminile, a partire dal fondamentale diritto al voto. In Italia solamente il 10 Marzo 1946, durante le elezioni amministrative, per la prima volta furono chiamate al voto tutte le donne italiane. Un traguardo conquistato dopo anni di battaglie bloccate da innumerevoli ostacoli, come la cancellazione totale del diritto di voto (maschile e femminile) nel 1929. Tuttavia per le donne iniziò parallelamente un percorso di involuzione che le relegò esclusivamente al ruolo di semplici mogli e madri. Come ci testimonia la citazione iniziale, il regime fascista riteneva le donne persino meno intelligenti.


Le penalizzazioni più gravi per il fronte femminista riguardarono soprattutto le discriminazioni sociali. Il 20 gennaio del 1927, con un decreto legge, il regime fascista intervenne in maniera discriminatoria sui salari delle donne, riducendoli alla metà rispetto al corrispondente salario degli uomini.

Questo decreto legge veniva così commentato, nel 1938, dall’Economista Ferdinando Loffredo «La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa, cioè quanto maggiore sia la serietà del marito […].

Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità, perde la fiducia nell’uomo, concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali, considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa, difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe».


Ma le discriminazioni nell’ambito sociale non si limitarono a questo: alle donne venne persino sottratto il diritto di insegnare Filosofia e Lettere nei licei. Con il Regio Decreto 2380 del 9 Dicembre 1926 venne tolta loro anche la possibilità di essere nominate presidi o dirigenti di Istituto, provvedimento discriminatorio che si aggiunse al già vigente Regio Decreto 1054 del 6 Maggio, che vietava alle donne l’amministrazione delle scuole secondarie e medie.

Pensate che i soprusi del regime mussoliniano siano finiti? Per soffocare completamente l’emancipazione femminile, il regime attuò un provvedimento che andò a colpire l’unico strumento che permette all’individuo di riscattarsi: la cultura. In seguito a questi due decreti legge vennero raddoppiate le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie meno abbienti a farle studiare.


Per quanto riguarda il profilo giuridico, la figura della donna era completamente annichilita dalla società patriarcale di allora, i cui rimasugli si possono notare purtroppo anche 100 anni dopo. Sotto il profilo giuridico il padre rappresentava lo Stato nella Famiglia e, come nel diritto romano, donava allo stato un cittadino, il figlio, che non aveva alcuna libertà, essendo egli stesso proprietà del padre. Per quanto riguarda il rapporto marito-moglie, il nuovo codice legislativo decretava che il marito (padre) era il capo della famiglia: di conseguenza la moglie doveva assumerne il cognome, vivere sotto lo stesso tetto ed essere fedele e cooperativa (art.130 C.C). La sessualità era un argomento su cui vi furono maggiori “tutele”, più per le azioni nefande degli uomini, che per le donne. Con l’articolo 559, C.P, l’adulterio della donna veniva considerato un crimine, a differenza di quello dell’uomo: quest’ultimo commetteva un reato soltanto nel costringere la moglie a vivere sotto lo stesso tetto con la sua amante (art.560.C.P). Tuttavia venne aggiunto anche un altro aggravante per la donna: l’essere considerata adultera anche solo per un incontro clandestino, mentre l’uomo veniva accusato di concubinato soltanto nel caso di un rapporto di lunga durata. Infine, il marito poteva uccidere la moglie adultera, “permesso” che veniva riservato solamente all’uomo e severamente vietato invece alla donna.


Infine, anche sotto un punto di vista lavorativo, le donne furono fortemente discriminate: l’istituzionalizzazione dell’inferiorità della donna fu accompagnata anche da una serie di provvedimenti che rimuovevano la figura femminile dal mercato del lavoro. Questo processo di emarginazione della donna iniziò nel 1919, con la legge Sacchi del 17 Luglio, con la quale si sancì che le donne non potevano occupare posizioni dirigenziali nell’amministrazione pubblica. Una legge del 1934(legge 221) limiterà fortemente anche le assunzioni femminili da parte dello Stato, stabilendo dai bandi di concorso ministeriali l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti. Successivamente il decreto legge del 5 settembre 1938 fisserà una soglia del 10% per l’impiego di personale femminile negli uffici pubblici e privati.


2)Considerazioni personali sulla questione femminile al giorno d’oggi.


I motivi che mi hanno spinto a scrivere questo articolo sono vari, e mi preme specificarli.

Ad un occhio disattento questo articolo potrebbe sembrare un semplice attacco alla “cultura” fascista, con possibili collegamenti alla politica odierna; occorre specificare, dunque, che non c’è alcun collegamento con quest’ultima.

Pertanto, il motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo è un altro: il problema del femminicidio in Italia. Un problema che risulta essere un conglomerato mostruoso, creato nel corso degli anni da un modello di società saturo di valori patriarcali, che finiscono col mettere la questione femminile in secondo luogo, dando origine a discriminazioni, soprusi e violenze.

Un massacro, a vedere i numeri. Circa 150 casi all’anno in Italia [157 nel 2012, 179 nel 2013, 152 nel 2014, 141 nel 2015, 145 nel 2016]. Le donne uccise sono state 141 nel 2018, 111 nel 2019, 116 nel 2020, 81 tra primo gennaio e 22 agosto 2020, 74 tra primo gennaio e 22 agosto 2021. Effettivamente c’è un segnale inquietante nel pur minimo aumento tra 2019 e 2020. Significa che in Italia ogni due giorni (circa) viene uccisa una donna.

Ci troviamo, come società, in un contesto storico in cui la figura femminile si trova ancora fortemente oppressa da quei rimasugli della cultura patriarcale che hanno caratterizzato gli anni più bui della storia dell’uomo. Mi viene da rabbrividire all’idea che nel nostro paese sia stata necessaria, ad esempio, una legge (la quota rosa) che garantisse la parità di genere in ambito lavorativo, oltre ad assicurare una percentuale obbligatoria di presenza di entrambi i generi nelle attività lavorative, per garantire una rappresentazione paritaria. Condizione che ritenevo, da giovane ragazzo, non necessaria, poiché doveva essere per natura intrinseca all’animo di qualsiasi persona pensante su questa terra, soprattutto dopo 100 anni di soprusi e discriminazioni.

Detto ciò dunque, osservare come tutto questo, così come in passato, venga messo tuttora in secondo piano, mi ha spinto a discutere riguardo queste problematiche, che a mio avviso, e spero di tutti, non devono più restare nell’ombra, subordinate ad altre questioni ritenute di maggior importanza.

Mi preme parlare anche di un altro problema: sentiamo parlare di donne che vengono uccise ogni giorno, donne che hanno chiesto aiuto, ma che non sono state aiutate da quell’organo che dovrebbe avere come prerogativa il difenderle: lo Stato. Bisogna dunque ribadire l’importanza del manifestare, che è un diritto assai importante ma che spesso non viene sfruttato, prendere posizione e far sentire la propria voce. Ribellarsi ai soprusi, dunque, deve diventare un obbligo nella coscienza di ognuno di noi, non soltanto un dovere.

Bisogna guardare al passato con un occhio di attenzione, poiché ci vogliono pochi istanti a trasformarlo in una nuova triste realtà. Non basta riunirsi formalmente nelle piazze per avere la coscienza pulita; bisogna attuare delle riforme legislative che tutelino la vittima, differentemente da quanto succede spesso nella magistratura odierna, dove vengono effettuati innumerevoli tentativi per colpevolizzare più la vittima che il carnefice.

Procedimenti discriminatori che vengono aggravati dalla sessualizzazione del corpo della donna. Nel 2021 una persona qualsiasi può trovare la seguente notizia aprendo un giornale di qualche giorno fa: “le minigonne? Vietate”. Al pari delle scollature, espressione di un atteggiamento che mira a offrire prestazioni sessuali a pagamento. Prostituzione, insomma. Queste sono le tematiche di un'ordinanza comunale della cittadina di Terni. A voi i commenti.


Voglio concludere quest’articolo con una citazione di Italo Calvino ne Il sentiero dei nidi di ragno, che mi auguro possa essere un’esortazione per tutti noi giovani, ragazze e ragazzi, a difendere i diritti del prossimo ed emarginare colui che li prevarica.


< “Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l'operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro sé stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l'uomo contro l'uomo”. >


Fonti utilizzate:

1)https://www.ilmessaggero.it/politica/fascismo_duce_mussolini_donne_lavoro_archivi_storia_emancipazione_diritti_voto_mind_the_gap-4998223.html

2)https://www.readcube.com/articles/10.14516%2Ffdp.2015.006.001.011

3)https://www.ilfoglio.it/cronaca/2021/09/21/news/c-e-davvero-un-allarme-femminicidio-in-italia--2980751/#:~:text=359%20omicidi%20nel%202018%2C%20317,gennaio%20e%2022%20agosto%202021.

4)https://www.lastampa.it/cronaca/2021/10/29/news/terni-proibite-gonne-e-scollature-sono-simbolo-di-prostituzione-1.40863144.


Manole Alessandro Neculai, VE


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