Due italiani, bastardi e anarchici

23 agosto 1927. Ore 00:19. Charlestown, Indiana.

Dopo sette anni di udienze, processi, lotte e scontri, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vengono ingiustamente giustiziati sulla sedia elettrica, a una distanza di sette minuti l’uno dall’altro. Il caso Sacco-Vanzetti viene annoverato ancora oggi come uno dei processi più famosi e controversi dello scorso secolo. I due vennero infatti arrestati, processati e condannati a morte con l’accusa di pluriomicidio, sulla base di prove inconsistenti, che li resero vittime di un clima permeato da pregiudizi e odio nei confronti degli stranieri che a partire dalla fine del XIX secolo erano sbarcati in America, con gli occhi pieni di speranze e aspettative, desiderosi di costruire un futuro migliore.

In questo contesto si collocano, dunque, i due protagonisti di questa vicenda: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Uno pugliese, l’altro piemontese, sbarcarono nello stesso anno, il 1908, negli Stati Uniti. Il primo, arrivato a Boston il 12 Aprile, trovò presto lavoro in una fabbrica a Milford, dove riuscì a conciliare gli impegni familiari – sposò infatti nel 1912 un’italiana, tale Rosina Zambelli, dalla quale ebbe due figli – con l’estenuante vita lavorativa e soprattutto con le manifestazioni e proteste operaie a cui partecipava attivamente. Bartolomeo Vanzetti invece, emigrato per motivi familiari, si trasferì a Plymouth, dove, confrontandosi con mansioni ingrate e spesso disumane – lavorò infatti a lungo in una cava per poi essere assunto da un’importante acciaieria locale – si appassionò alle idee Marxiste, impegnandosi intensamente nella lotta per i diritti operai.

Il 1916 fu l’anno in cui Sacco e Vanzetti si incontrarono, entrando entrambi a far parte di un gruppo anarchico italo-americano. Allo scoppio della Grande Guerra, il collettivo rivoluzionario fuggì in Messico per evitare la chiamata alle armi, ritenuta surreale al pensiero di poter uccidere o morire per un ordine che doveva essere sovvertito. Nicola e Bartolomeo fecero poi ritorno nel Massachusetts al termine del conflitto, non sapendo però di essere stati inclusi in una “lista nera” composta da sovversivi e ribelli, redatta dal Ministero di Giustizia, presieduto dal giudice Alexander Palmer. Alcuni mesi dopo, insieme a Sacco venne arrestato lo stesso Vanzetti, perché trovato in possesso di una rivoltella e di una pistola semiautomatica (con relative munizioni). Tuttavia, pochi giorni dopo il fermo, furono accusati anche di una rapina avvenuta poche settimane prima a South Braintree, un sobborgo di Boston, durante la quale erano stati uccisi a colpi di pistola il cassiere della ditta (il calzaturificio Slater and Morrill), Frederick Albert Parmenter, e una guardia giurata, Alessandro Berardelli.

“Due bastardi anarchici” li definì il magistrato Webster Thayer.

Il momento storico cui i due italiani assistettero inermi fu uno dei peggiori che l’America si trovò ad affrontare durante il secolo passato. La “paura rossa” e il morboso “terrore bolscevico” avvertito negli Stati Uniti in quegli anni, diedero vita a un clima opprimente di paura, di insicurezza, di pregiudizi e accuse infondate che culminarono proprio con il processo “Sacco-Vanzetti”. La semplice adesione a manifestazioni e proteste era infatti sinonimo di un atto sovversivo e coloro che lottavano attivamente per i diritti di una classe svantaggiata e dimenticata erano diventati, agli occhi dello stato, radicali, folli nemici del governo, capaci di rovesciare un ordine già precario. E precario fu quel processo, basato su accuse irrisorie, su prove debolissime, su indagini sommarie, che scatenò una delle proteste più grandi e straordinarie del ‘900, alla quale presero parte decine di migliaia di persone che invasero le strade di Boston, costringendo la polizia ad appellarsi all’esercito. A sostenere i due italiani furono anche grandi personalità del tempo: il filosofo e matematico Bertrand Russell, il premio Nobel per la letteratura Jacques Thibault, il fisico Albert Einstein, lo scrittore e drammaturgo George Bernard Shaw, il premio Pulitzer Edna Millay, l’attivista e poetessa Dorothy Parker e tanti altri che videro in quell’evento, il simbolo dell’irrazionalità, dell’estrema ingiustizia.

Nel 1977 poi un passo, seppure piccolo, venne fatto riguardo a quegli eventi. Il 23 Agosto infatti, 50 anni dopo il tragico processo, il governatore Michael Dukakis affermò che ogni “onta” venisse cancellata dai nomi dei due italiani, non dichiarandone tuttavia la loro innocenza. E così è per noi doveroso, ora più che mai, ricordare questi fatti, divenuti simbolo della lotta contro ogni forma di discriminazione, di odio, di chiusura: perché quel 23 agosto di 93 anni fa vennero giustiziate due persone colpevoli solo di essere italiane. Italiane e anarchiche.

«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano [...] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già.» (Bartolomeo Vanzetti)


Riccardo Scalia, 4A


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