Delirio di negazione


Del 26 ottobre 2017, Annie ricorda molto poco.

L'aereo per San Francisco, la paura di volare e le dita calde e rassicuranti del marito che strozzavano le sue. La nausea, la vista oscurata da tanti, piccoli schizzi neri e i sedili, i passeggeri e i suoni spegnersi come lo schermo di una vecchia TV.

"Sei svenuta, tesoro" le aveva sussurrato l'uomo che amava, al suo risveglio. Quanto tempo era passato? Un minuto? Un'ora? Quattro ore.

A parte la durata insolita del suo sonno bugiardo, nulla di preoccupante, si era detta: da sempre soffre di pressione bassa e ormai si è rassegnata all'idea.

Annie, però, ricorda molto bene ciò che è successo dopo. Di colpo non ha più voglia di fare niente, si barrica in casa, sotto le lenzuola, con le serrande abbassate e guai ad aprire le finestre. La luce solare è troppo lontana da lei, ma in compenso l'ansia danza tutta aggrovigliata sul letto come un'indemoniata e riesce sempre a trascinarla con sé nel suo ballo sfrenato.

La sera non ha più molta fame e sta dimagrendo a vista d'occhio. Si siede davanti al piatto, colma di buona volontà, strappa un boccone ma subito dopo si sente soffocare da una poltiglia di cartone, e la sputa in un tovagliolo.

Sarà per la prossima cena, o quella dopo, o quella dopo ancora.

Poi, un giorno, se ne va anche la buona volontà e preferisce lasciare il marito a mangiare da solo a tavola, piuttosto che far sparire il cibo nella spazzatura.

Dopotutto, a cosa le serve mangiare, se ha perso l'intestino? Ha urlato quando se ne è accorta: si è afferrata lo stomaco e ha avvertito una voragine. Non ha idea di come sia successo, ma ha paura.

Più passa il tempo più la sua pelle si lacera durante la notte, e quando cerca di pulire quelle ferite disgustose, china sul lavandino del bagno, è costretta ad osservare inorridita la muscolatura che si strappa sotto le sue dita e si scioglie nell'acqua, sparendo per sempre, risucchiata nella piletta.

Annie è una marionetta a cui sono stati tagliati i fili e che ora non riesce più a reggersi in piedi.

"Come farà Thomas ad amarmi ancora?" singhiozza, accasciata in una posizione scomposta davanti allo specchio, nella sua camera buia e chiusa a chiave. Le si è staccata la mano sinistra poche ore prima, e ora l'arto morto giace in un angolo impolverato, per terra una scia bagnaticcia a testimoniare il suo passaggio.

Una pozza si espande sotto la donna, tingendo le assi del pavimento di un rosso vivido e brillante, condito dalle sue lacrime. I suoi capelli sono un groviglio unto: da settimane ha smesso di lavarsi perché tanto più sfrega il sapone sulla pelle, più quella si stacca e allarga buchi sulle sue ossa, e sotto lo scroscio dell'acqua la puzza di carne in decomposizione le penetra nelle narici, nauseandola.

Si sente completamente svuotata, fuori e dentro. In lei non c'è più alcuna traccia di stimoli o emozioni, e l'unica cosa che riesce a percepire è un abisso che le squarcia le interiora.

Affonda i denti e le unghie nei suoi organi e li lacera come cenci, dilaniandone e appallottolandone i tessuti fino a ridurli a una poltiglia viscida e vomitevole.

Si diverte a bucare i suoi brandelli di pelle cinerini come fossero un palloncino dal quale escono fiotti di sangue e poi a spezzarle le ossa come stuzzicadenti.

Di Annie rimane ben poco, se non una gabbia di filamenti e stracci strappati buttati sullo scheletro.

È passata ancora una settimana: è l'alba del 10 novembre, ma lei non lo sa perché nel suo volontario carcere ha perso la cognizione del tempo. Si aggira per la casa come uno spettro, trascinandosi a fatica verso il soggiorno. Tutto, lì dentro, sembra essersi congelato: l'aria, i rumori e i ricordi.

Thomas è rannicchiato sul divano, lo sguardo corrucciato e la coperta riversa a terra raccontano i suoi sogni agitati.

Annie posa la mano destra, ridotta ad un miscuglio di ossa scoperte e carne putrefatta, sulla spalla del marito. Lo scuote con forza, finché lui non spalanca gli occhi e il suo volto si fa di colpo cinereo.

La donna gli rivolge uno sguardo carico d'amore e tira le labbra biancastre in un sorriso amaro: "Sono morta, Thom. Mi dispiace".

Quel 10 novembre, quando Annie rovista nel proprio petto, scopre che il proprio cuore è diventato un ammasso di polvere viscida e vermiglia, e Thomas si rende conto che forse anche il suo, di cuore, ha smesso di battere.

Alle 11:45 i due coniugi salgono sul terrazzo dell'edificio e si affacciano alla ringhiera, oltre la quale si estende soltanto una distesa infinita di nuvole pallide.

Annie sente le dita calde e rassicuranti di Thomas strozzare le sue fragili ossa, per l'ultima volta.

Per un istante precipitano nel vuoto, con l'aria fredda che sferza i loro corpi. In quel momento, sospesi dal vento come fogli di carta, si sentono entrambi liberi e felici. Poi, quando urtano il suolo, le loro ossa si spezzano e le loro anime si frantumano, e il cielo si spegne per sempre.

A mezzogiorno, i lampi rossastri e azzurrati dell'auto della polizia sotto il condominio raggelano ancora di più l'aria già pungente di quella piovosa giornata.

I corpi dei due sono sfracellati al suolo, distorti in un groviglio scomposto di arti che si intrecciano.

Annie indossa uno sporco vestito celeste e i capelli, sotto i quali si sta allargando una pozza di sangue, le fanno da corona.

Una mano sfiora l'asfalto duro, l'altra è ancora stretta in quella di Thomas.

Sofia Restivo IIIC