Dear John, I’ve left a fleur de lis on your grave

Caro John,

qui a Roma è arrivato l’autunno; forse riesci a percepirlo, oppure, come era al tuo solito, lo starai immaginando: fantastica però che sia freddo, ricordando “the Season of mists and mellow fruitfulness” di Londra.

Sulla tua lapide soffia un vento lieve, smuove l’erba del prato che ti sovrasta e la cima del Pino che ti tiene compagnia; sono qui seduta sulla panchina davanti a te, non c’è nessuno, ascolto il silenzio, un estraneo errante in città e del quale abbiamo paura, che obbliga ad abbandonarsi ai propri pensieri: 200 autunni, 200 inverni ed altrettante estati e primavere sono passate dal tuo ultimo respiro; la natura ci avvisa dell’onnipresenza dell’eterno, solo se sappiamo porci in ascolto.

Immaginate ora un giovane poeta, dell’Inghilterra romantica, scevro di un’altissima preparazione tecnica ma pieno di genio, al quale si affida ciecamente; alimentato da un desiderio erotico di vita, dotato di una sensibilità che gli permette di cogliere la bellezza delle cose, abbandonato al “fancy”, in continua ricerca della verità e della bellezza: è lui, John Keats.

Imbrogliato da Thanatos e addolorato mortalmente da una gloria in imperdonabile ritardo, moriva 200 anni fa, nella sua casa al n.26 di Piazza di Spagna in quel palazzo alla destra della scalinata di Trinità dei Monti, alla tenera età di venticinque anni per una Tubercolosi fulminante o, come ha preferito riferire il suo caro amico Byron, per una critica inetta.

Ripenso a quella mattina di maggio, quando al semaforo vidi dei biondi capelli ricci tenuti grossolanamente insieme da un paio di cuffie; dovevano trasmettere della buona musica, e la ragazza ballava sul ciglio del marciapiede, scendendo sulle strisce e risalendo su, ricordando Baby in Dirty Dancing; alcuni alzavano le sopracciglia, altri si giravano come imbarazzati, io la guardavo e sorridevo. La sua gioia era contagiosa, perché probabilmente ballare in strada, quella mattina, ha rappresentato per lei una delle infinite ragioni per essere felice; il suo corpo gridava: “sono viva, guardatemi, l’aria non può sorpassarmi indifferentemente!”. Solo in quel momento ho capito veramente cosa John, in una lettera del 22 novembre 1817, indirizzata al suo caro amico Benjamin Bailey, intendesse dire: “However it may be, O for a life of sensations rather than of thoghts!”.

Vivere è percepire sensazioni nella contentezza e nel dolore, e pulsare freneticamente d’amore. Questo riecheggia nei suoi componimenti: l’inconfondibile delicatezza dei toni e l’incontenibile furia di vita, che è propria di chi sa di avere i giorni contati.

Adieu! the fancy cannot cheat so well Addio! La fantasia non può illudere così bene

As she is fam’d to do, deceiving elf. com’è solita fare, folletto ingannatore.

Adieu! adieu! thy plaintive anthem fades Addio! Addio! Il tuo malinconico inno svanisce

Past the near meadows, over the still stream, oltre i prati vicini, di là dal fiume calmo,

Up the hill-side; and now ‘tis buried deep su per le pendici del colle; e nelle prossime radure

In the next valley-glades: della valle si giace ora sepolto profondamente.

Was it a vision, or a waking dream? Forse fu visione o sogno ad occhi aperti?

Fled is that music: – Do I wake or sleep? Svanita è la musica: dormo o son desto?

Versi da “Ode to a Nightingale”, composta ad Hampstead nel 1819.

A te, caro John, che traduci i balbettanti amori dell’adolescenza, alfabetizzi la vertiginosa sensazione di sentire il cuore di qualcuno che si ama battere nel proprio petto, dedico queste parole.

Innamoriamoci della complessità della vita e quando vorremmo parlare ma non troviamo le parole, dedichiamo una poesia.

Asia Vicentino, IIIA



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