De Imperio

Imperatore: dal latino “imperator” (generale, comandante), che a sua volta deriva dal verbo “impero”: io ordino, io comando.

“Qualcuno è davvero convinto che valga la pena ascoltare questo fantoccio di Imperatore?

Stupida massa di pecorelle, voi che avete sempre dato ciecamente ascolto a padri che vi dicevano di obbedire e non farvi domande: sapreste dire chi è l’Imperatore per voi? L’Imperatore è quello che tra tutti voi è riuscito a emergere perché ha avuto un po’ più d’astuzia, di coraggio, di forza morale e pratica. Giusto? E ora vi comanda tutti a bacchetta. È colui del quale vi fidate ciecamente, ingenui, pensando che tutto ciò che è sua parola sia oro puro. È colui al quale, tra tutti voi, avete deciso di dare il potere.

Dunque, esiste una sola persona tra voi che ha reso l’Imperatore tale conoscendo il peso della sua azione? Qualcuno sa che cosa sia davvero il potere, qui?”

La folla era muta.

“Il vostro silenzio è una parola fredda e pesante, una pietra. Avete tutti scoperto che nessuno in questa piazza si può definire responsabile, nessuno si può definire un cittadino onesto nei confronti di tutti gli altri. Pensate di avere bisogno di qualcuno che vi guidi o di qualcuno che vi svegli, dormienti? E Lei, Imperatore, che sta zitto e non risponde alle mie domande, è noncurante o disgustato? E cosa La disgusta, l’ignoranza del Suo popolo o la presenza di una testa pensante in mezzo a tutta questa gente? O forse neanche Lei conosce le risposte che chiedo?”

L’Imperatore taceva.

“Sarebbe vergognoso questo da parte sua.”

Si alzava dalla piazza un brusio indistinto, parole senza un senso compiuto.

“Visto che nessuno tra i presenti sembra essere a conoscenza di cosa sia il potere, è giunto il momento di farvi tornare a scuola, o farvici andare per la prima volta, nel migliore dei casi.

Dunque, che cos’è il potere? Il potere, innanzitutto, è una cosa astratta, che nessuno può vedere nella sua forma reale davanti ai propri occhi. Non sarà una corona d’oro con decine e decine di pietre preziose incastonate a dare la forma al potere che qualcuno possiede su di voi.

Il potere nasce come qualcosa di onnipresente, cittadini. Significa "che sta dappertutto”. Come Dio, no? Dio è ovunque, e ovunque è anche il potere. Il potere è in un gruppo di due persone, di cinque, in una città, in uno Stato, nel mondo. Il potere è qualcosa che è a disposizione di tutti: chiunque, con un minimo di sagacia e di volontà d’animo, può prendere il potere in un gruppo di persone. Coloro che decidono di farlo sono persone astute, spesso dotate di grande intuito. Dovremmo lodare il nostro Imperatore per la sua intelligenza e la sua astuzia, se la logica alle spalle della sua votazione fosse stata legittima. Il potere è una cosa che può essere ed è schematizzata e canonizzata in argini completamente artificiali, le nostre leggi lo contengono: costituiscono, formano l’idea che ognuno di noi ha del potere ufficiale, quello oggettivo. Poi, il potere è percepibile. Chiunque può sentirsi potentissimo o estremamente debole, indipendentemente dalla propria condizione di potere oggettivo. Chiunque ha almeno un minimo di potere, e se lo perde può prenderselo, perché è qualcosa che sta in mezzo, è fra tutti. E può essere allo stesso tempo soggettivo e oggettivo, vero per tutti e vero solo per se stessi.”

La gente era animata. Il discorso cominciava a dipingere preoccupazione sul volto dell’Imperatore.

“Adesso vi farò un esempio. Se tra dieci persone nessuna comanda, il potere non è di nessuno, ciascuno si regola secondo la propria idea e non va a disturbare quella dell’altro e nessuno può dire che una cosa è giusta o sbagliata per tutti gli altri. Nel momento in cui tra quelle dieci persone una spicca, diventa comandante e tutti iniziano a seguirla, il potere, dalla situazione di neutralità in cui si trovava, viene preso da quel comandante: lui decide che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, stabilisce i canoni del suo potere e stabilisce cosa qualcuno può e non può fare, e come verrà punito se trasgredirà. Capite ora che cosa avete dato a questo Imperatore? Il potere è una piramide, che nella nostra comunità ha in cima una testa coronata, che ha comando su tutti noi. Noi siamo tutti sotto di lui, ad eccezione di qualche funzionario complice, che può vantarsi di stare in mezzo. Nessuno di noi ha facoltà di decidere cosa l’Imperatore deve fare, secondo i nostri canoni di legge, né che cosa deve fare un suo funzionario. Invece, un funzionario può decidere cosa fare delle nostre vite.”

Partiva un applauso di persone che cominciavano a capire. Qualcuno fischiava.

“Giungiamo alla sua parte più affascinante. Ricordate le leggi, gli schemi che lo contengono? Bene, questi schemi non sempre sono abili a racchiudere qualcosa di grande come il potere. Il potere, ricordatevi sempre, è qualcosa che io, voi, chiunque può prendere, in minima così come in massima parte. E questa cosa si può fare rimanendo nelle leggi, che però sono fatte per dare un limite e prima o poi lo daranno a tutte quelle persone che sognano più potere di quello che hanno, o possono avere. La legge è qualcosa di non naturale, dunque non invalicabile: nel momento in cui la causa per cui si valica questa legge è giusta, questa caratteristica è a maggior ragione rimarcabile. E un Imperatore eletto con incoscienza è senza dubbio una causa legittima.”

Come potevano intervenire le guardie? Dalla folla iniziavano a partire i cori. Presto sarebbe scoppiata una sommossa.

“Un qualsiasi umile contadino fra voi è, per sua scelta, sottomesso all’Imperatore. Questo contadino non ha alcun potere sull’Imperatore secondo legge: oggettivo, sia chiaro, perché il potere soggettivo e percepito non è altro che il fuoco interiore che è alla base di ogni rivolta. L’Imperatore, invece, ha tutto il potere che vuole su questo povero agricoltore, sempre secondo i testi giuridici. Ma un contadino che esce dalla legge distrugge il limite che gli impedisce di prendere all’Imperatore il potere che vuole, e può strapparglielo, senza che ci sia una regola pesante nel suo cuore a fermarlo! Non è affascinante?”

Non c’era una persona nella folla che non fosse sedotta da tutta quella fresca ambizione di comando.

“Se questo contadino si rivelasse pazzo, e infilzasse un coltello nella schiena dell’Imperatore, varrebbe qualcosa la corona che porta in testa? Chi avrebbe il potere, un nobile morto o un povero più vivo che mai? Chi sarebbe tra i due il comandante, chi tra i due sarebbe il comandato?”

Marco Mele, III C



10 visualizzazioni0 commenti