Contro la superstizione

Questo mese ed i quattro successivi uscirà sul giornale una rubrica, chiamata “Contro la Superstizione” con lo scopo di raccontare i motivi per cui riteniamo pericolose alcune credenze di diverso tipo, consci del fatto che non sia sbagliato credere in nessuna delle cose citate all’interno di questa rubrica, fintanto che queste non siano dannose nei confronti del prossimo.

Prima di iniziare precisiamo che il metodo scientifico si basa sulla conoscenza intersoggettiva: io non sono in grado di dimostrare in maniera assoluta che quello che percepisco sia la vera essenza della realtà (noumeno) a causa dell’interpretazione che il mio cervello, o qualsiasi altro strumento, fa di ciò che percepisce (da questo punto di vista la nostra mente potrebbe essere considerata come un tribunale, che giudica, attraverso la ragione, la realtà). Proprio per la base intersoggettiva, e non assoluta, del sapere scientifico, ci sono alcuni limiti, che sono stati evidenziati dal filosofo austriaco Karl Popper; secondo quest’ultimo, la scienza progredisce attraverso la negazione e la confutazione di se stessa, perché non siamo in grado di elaborare una dimostrazione non basata sull’evidenza empirica: per Popper una teoria scientifica è valida solo nel caso in cui le condizioni per la quale questa si possa rivelare falsa sono comprese all’interno della teoria stessa, per esempio, i casi per i quali la teoria del Big Bang dovesse rivelarsi non valida, sono descritti dagli scienziati. Il falsificazionismo si oppone alle teorie positiviste della seconda metà dell’Ottocento e critica l’approccio eccessivamente empirico del verificazionismo; la critica di Popper all’empirismo sfrenato può essere sintetizzata con il paradosso del tacchino induttivista: “Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell'allevamento in cui era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un'inferenza induttiva come questa: "Mi danno sempre il cibo alle 9 del mattino". Questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato.” Bertrand Russell, 1912 Altro limite importante della scienza è quello di non poter costruire certezze o regole che si applichino in maniera universale: esempio famoso è quello del paradosso dei corvi, sempre critico nei confronti del metodo induttivo. “Esaminando ad uno ad uno un milione di corvi, notiamo infallibilmente ed invariabilmente che essi sono tutti neri. Dopo ogni osservazione, perciò, la teoria che tutti i corvi siano neri diviene ai nostri occhi sempre più probabilmente vera, coerentemente col principio induttivo. Pare ogni volta sempre più corretto registrare l'assunto come probabilmente vero: tutti i corvi sono neri. Ma l'assunto "i corvi sono tutti neri" è logicamente equivalente all'assunto "tutte le cose che non sono nere, non sono corvi". In base al principio induttivo, d'altra parte, questo secondo enunciato diventerebbe più probabilmente vero in seguito all'osservazione di una mela rossa: osserveremmo, infatti, una cosa non nera che non è un corvo. Perciò, l'osservazione di una mela rossa renderebbe più probabilmente vero anche l'assunto che "tutti i corvi sono neri". Una delle soluzioni più famose fra quelle proposte consiste nell'accettare che l'osservazione di una mela rossa costituisce una prova che tutti i corvi sono neri, ma aggiungendo che l'effettiva conferma che questa prova fornisce è molto piccola, vista la grande differenza fra il numero di corvi e il numero di oggetti non neri. Secondo questa risoluzione, la conclusione appare paradossale perché viene intuitivamente stimato in zero il valore della prova nell'osservare una mela rossa, mentre in realtà è molto piccolo.” Da Wikipedia, Il paradosso dei corvi Ultimo pilastro fondamentale del pensiero scientifico che esamineremo è quello per cui, in merito ad affermazioni non falsificabili, l’onere della prova, spetta a chi porta l’affermazione e non allo scettico che la nega: “Molti benpensanti si esprimono come se fosse compito dello scettico smentire i dogmi e non del credente dimostrarli. Se io sostenessi che tra la Terra e Marte vi fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un'orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se, visto che la mia asserzione non può essere smentita, io sostenessi che dubitarne sia un'intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l'esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l'esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all'attenzione dello psichiatra in un'età illuminata o dell'Inquisitore in un'era antecedente.” Bertrand Russell, 1952


Carlo Philip Carretta IIIA, Enrico Accettella IIA, Marco Mele IIIC

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