Bobby Fischer

Si dice che esistano cinque campi di battaglia: la terra, il mare, il cielo, lo spazio e il cyberspazio. Ma, nel 1972, la sfida del secolo tra le due potenze mondiali si tenne su un altro terreno: una scacchiera di legno. Non si trattò di una semplice partita tra Bobby Fischer ed il campione del mondo in carica Boris Spassky. Fu Stati Uniti-Unione Sovietica, con le parole dello stesso Fischer: “il mondo libero contro i russi bugiardi, bari ed ipocriti”.

Gli scacchi erano uno sport in cui i sovietici avevano sempre dominato. I bolscevichi credevano che migliorasse le abilità strategiche e avevano introdotto corsi di scacchi nelle accademie militari e fondato diversi club. A Mosca esisteva una grande scuola in cui i più forti campioni russi si allenavano professionalmente.

Diversa era la routine di Bobby Fischer. Il giocatore americano nato nel 1943 aveva imparato a giocare all’età di sei anni, leggendo un libro regalatogli da Joan, sua sorella maggiore. Bambino prodigio, dopo poche settimane si rivela troppo forte per sua sorella ed è costretto a svolgere partite contro se stesso.

Bobby passa sempre più tempo muovendo pedoni e alfieri. La madre, che ironicamente si chiamava Regina, inizia a preoccuparsi , credendo che suo figlio passi troppo tempo da solo, e decide di portarlo ad un torneo di un circolo vicino casa, a Brooklyn. Il bambino di otto anni cattura l’attenzione della folla ma, dopo poche mosse, è costretto ad arrendersi. Il presidente del club, Carmine Nigro, nota il talento del piccolo Robert James e lo invita a giocare nel suo circolo. Nigro fu l’unico vero istruttore che Bobby abbia mai avuto.

Diventa campione degli Stati Uniti all’età di 14 anni e, un anno dopo, nel 1958 ottiene, più giovane di sempre, il titolo più prestigioso titolo per uno scacchista, quello di Grande Maestro. Da quel momento la fama di Bobby cresce e, con questa, anche il suo carattere difficile.

Abbandona la scuola, dichiarando che “è meglio essere uno dei più forti giocatori di scacchi al mondo che essere uno tra le tante migliaia di persone con un diploma”. Ma perché gli scacchi appassionano così tanto il giovane Fischer? Dice di apprezzare il momento in cui distrugge l’ego del suo avversario, distruggere la sua mente.

Si pensa che la causa dell’egocentrismo di Bobby e della sua mancanza di abilità sociali fosse la sindrome di Asperger. Dice di non avere amici, e di non averne bisogno, si ritiene un genio a cui è capitato di giocare a scacchi. Si lamenta spesso durante i tornei e, quando qualcosa non viene sistemato nel modo in cui ritiene più opportuno, che siano le luci, le sedie, il materiale delle scacchiere, non partecipa.

Negli anni sessanta, tra alti e bassi, accuse contro la federazione internazionale e i professionisti russi, si ritira dalle competizioni per ben due volte. Ritorna nel circuito ne 1969 e questa volta il suo obiettivo è chiaro, deve battere Spassky e diventare campione del mondo.

A differenza degli scacchisti di oggi, non ha un coach e neanche un manager, non partecipa a spot pubblicitari. Per allenarsi non si serve dell’aiuto degli altri giocatori, vuole che il mondo sappia che ha battuto il campione russo da solo. Conduce una vita da monaco, non risponde quasi mai al telefono e si allena sia mentalmente che fisicamente.

Anche per la grande sfida del campionato del mondo Fischer crea problemi, vuole che il premio in denaro venga incrementato e che il match si disputi in Jugoslavia, non a Reykjavìk dove era in programma. Il montepremi venne aumentato e una telefonata dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale Kissinger convince Bobby a partire.

La prima partita è un disastro per Fischer, in una posizione assolutamente pari commette un grave errore ed è costretto ad arrendersi. Si lamenta nuovamente, chiede che vengano rimosse tutte le telecamere dalla sala da gioco per via del rumore che causano. Le sue richieste non vengono soddisfatte, dando forfait nel secondo match, Fischer si trova in svantaggio per 2-0. La maggior parte degli spettatori crede che Bobby voglia abbandonare l’incontro definitivamente, ma la disponibilità di Spassky a giocare le partite successive in una stanza isolata, forse un’altra telefonata di Kissinger e centinaia di telegrammi di sostegno convincono lo sfidante americano a continuare.

Bobby, soddisfatto delle condizioni in cui, gioca, dà il meglio di sé e dimostra tutta la sua abilità. Delle successive 19 partite ne perderà solo una, vincendone sette e pareggiandone 11. Diventando, finalmente, campione del mondo.

Fischer aveva dimostrato quello che voleva, era lui il migliore. Quando dovette difendere il titolo dal giovane (ancora una volta sovietico) Karpov non riuscì ad imporre le sue regole alla federazione e si ritirò definitivamente.

Giocò “la rivincita del XX secolo” contro il suo vecchio rivale Spassky nel 1992, nonostante il russo avesse continuato a giocare come professionista, Fischer stravinse l’incontro. La sfida si tenne in Jugoslavia, allora sotto embargo ONU e Bobby partecipò ignorando l’opposizione del governo statunitense. Questo gesto non gli venne mai perdonato e da quel momento non mise mai più piede negli USA. Arrestato in Giappone nel 2004, ufficialmente “per irregolarità nel passaporto” viene rilasciato dopo pochi mesi quando l’Islanda decide di offrirgli la cittadinanza. Quasi isolato dal mondo, morirà improvvisamente a Reykjavìk nel 2008, la stessa città in cui divenne il primo, e ancora oggi l’unico, campione del mondo di scacchi americano.

Personalità complessa, genio assoluto, folle per diversi aspetti, il suo complottismo ed il suo paradossale antisemitismo (sua madre era ebrea), siamo certi che non verrà mai dimenticato dal mondo degli scacchi. A lui si deve la versione del gioco Scacchi960, anche detta Fischer Random, in cui pezzi dietro ai pedoni sono posizionati in ordine casuale e l’introduzione dell’uso degli orologi che aggiungo un incremento di tempo dopo ogni mossa giocata, oggi di uso comune.


Francesco Morgante VA