Apologia del femminicidio: un commento al saggio di Carlotta Vagnoli

“Le donne muoiono per possesso e per cultura patriarcale non per troppo amore”

Se nell’ottica femminista non c’è nulla di più tragico del femminicidio, la narrazione che ne viene fatta nei giornali e nei mass media ci si avvicina decisamente. Carlotta Vagnoli, attivista e scrittrice, ne fa una brillante analisi nel suo più recente lavoro, il saggio “Poverine: come non si racconta il femminicidio” pubblicato nei Quanti Einaudi nel 2021. L’autrice fa un parallelismo riuscitissimo e tremendamente reale tra la narrazione dei femminicidi e le favole. I meccanismi ripetitivi e assolutizzanti dei racconti per bambini vengono sistematicamente riutilizzati dai giornalisti delle più importanti testate giornalistiche italiane per raccontare di femminicidio. Dalla completa passività della “principessa”, passando per la giustificazione del “GGG”, arrivando all’idealizzazione di un “amore” a cui sottostare, tutti questi elementi si ritrovano nelle rassegne stampa subito successive all’uccisione di una donna. Se già le favole tradizionali non grondano di femminismo da tutte le pagine, diventa evidente e inquietante il confronto con i racconti di femminicidio. La Vagnoli riflette lucidissima: “Il mondo tangibile, con tutto il suo bisogno di assoluzione, non vede l’ora di poter prendere in prestito queste figure di fantasia per autoassolversi dai propri peccati”. Le figure di fantasia sono i mostri che mettono in pericolo la principessa, un esempio su tutti – più volte citato dalla scrittrice- la Bestia de “La bella e la bestia”, un uomo vittima di un incantesimo che per questo si trasforma in mostro e tiene prigioniera la principessa la quale addirittura si innamora di lui, tingendo il tutto con i colori della Sindrome di Stoccolma – come se non bastasse -. Questo accade negli articoli di giornale, la deumanizzazione del carnefice, dell’assassino, o addirittura la sua giustificazione. Rendendo l’uomo femminicida un mostro si allontana la dinamica dalla realtà, diventa un caso singolare: “Nella narrazione del femminicidio divulgata dai quotidiani, il mondo e la cultura sessista di cui è impregnato sono spesso filtrati da lenti rosee, rassicuranti. Lenti che allontanano dal problema facendoci pensare che no, a noi non capiterà mai. E che gli uomini cosiddetti normali queste cose non le fanno.” L’autrice cita vari femminicidi, il primo è quello di Elisa Pomarelli per mano di Massimo Sebastiani risalente all’ Agosto del 2019. In particolare si sofferma su quello che succede due estati dopo la morte di Pomarelli: Sebastiani ottiene il rito abbreviato a seguito di una perizia psichiatrica e in un articolo che riporta gli sviluppi giudiziari vengono liquidati in poche righe i tentativi della famiglia di Pomarelli e delle associazioni di ribellarsi alla pena irrisoria che non tiene conto della matrice culturale del reato: “Di nuovo un giornale che non mette al centro la vittima e il vero movente, di nuovo un giornale che finisce per raccontare una storia che non dovrebbe interessare: quella del femminicida”. Più recente è invece il femminicidio di Chiara Ugolini, uccisa da Emanuele Impellizzeri. In un articolo del 7 Settembre 2021 la narrazione che ne viene fatta è terrificante: “Nessun accenno alla cultura dello stupro, alla parola femminicidio che non appare mai nel testo, nessun rimando al desiderio di possesso che gli uomini hanno sulle donne che invece non vogliono averli” I dettagli sulla vita della vittima – trascurabili e di cattivo gusto- sono disseminati per tutto l’articolo ma c’è un grande assente in questa morbosa attenzione per i dettagli, il movente, il vero movente che non è mai un rifiuto, un tradimento o una lite ma, come scrive più avanti la Vagnoli: “Ogni femminicidio avviene infatti con l’identico movente […] Il movente è la cultura patriarcale che ci ha insegnato a possedere le donne come degli oggetti”. Altro grande problema: la terminologia. La parola “femminicidio” fa tanto paura e fa storcere il naso a chi sente subito odore di “politicamente corretto” ma è l’unico termine accettabile per un delitto che termina con la morte di una donna uccisa da un uomo in quanto donna, nelle magnifiche parole della scrittrice: “[…] quelli che dovrebbero essere chiamati –cosa che non accade mai- delitti a sfondo culturale e che invece hanno preso nel linguaggio comune e mediatico il terribile e impreciso nome di delitti passionali”. Quella degli uomini che uccidono le donne per amore o per gelosia è una retorica, oltre che totalmente falsa, pericolosa e tossica che non fa altro che normalizzare ancora di più la romanticizzazione della violenza e di comportamenti abusivi. “Le donne muoiono per possesso e cultura patriarcale, non per troppo amore.” È importantissimo ricordare che il femminicidio e lo stupro sono la punta dell’iceberg, la punta di una piramide che alla base ha tutte le microaggressioni misogine che ogni donna subisce ogni giorno. La violenza di genere ci passa vicino quotidianamente, il femminicidio ne è la conseguenza più estrema e tragica, è il momento in cui l’uomo vuole controllare tanto la donna da deciderne la morte.

Altro grande problema è la colpa. La logica direbbe che la vittima di un reato così culturalmente radicato non possa esserne colpevole in nessun modo – e la logica ha ragione infatti – ma non tutti pensano logicamente e si sentono discorsi sull’esasperazione degli assassini. Si parla di presunte – e comunque non rilevanti- liti tra la vittima e il suo carnefice, di tradimenti, come se uccidere fosse un comportamento quasi da giustificare davanti alla mascolinità ferita del femminicida. Ma perché? Perché si sente il bisogno di scrivere un’inutile e irrispettosa apologia all’assassino? “La condivisione della colpa rende ancor più irreale la vicenda del femminicidio perché relega l’uccisione a un fatto di coppia, come fosse una cosa loro che agli altri non succederà mai” Allontanare il problema, deumanizzare i carnefici, ossessionarsi su dettagli morbosi, cercare colpe condivise, tutto riporta al punto principale: non vogliamo vedere le radici culturali di queste uccisioni perché significherebbe dover smantellare il sistema di cultura patriarcale, significherebbe doversi fare un esame di coscienza collettivo –con gli uomini nelle prime file- e chiedersi quanto contribuiamo a questo sistema e quanto ne traiamo vantaggio, non si può, troppo lavoro.

La Vagnoli continua con un grido di speranza, parlando della sempre più fitta e sempre più estesa rete che si è formata a sostegno delle vittime e delle famiglie delle vittime, una rete che scende in piazza, che dà voce a chi non ce l’ha, una rete che si preoccupa di prevenzione dove lo stato fallisce, una rete che “Si sgola da decenni verso chi da sempre tiene in mano il megafono e ci dimentica, da vive, da morte, da scomparse”.

In ultima battuta una doverosa spiegazione di come il giornalismo italiano possa fare di meglio: “Chiamate le donne uccise per nome e cognome” Queste donne hanno una dignità, hanno un’identità, anche da morte è necessario riconoscergliela. “[…] Evitare il sensazionalismo, che ha come unico effetto smuovere gli animi, commuovere, quando invece ci sarebbe da incazzarsi e razionalizzare il problema”. Altro dettaglio morboso e ossessivo sono le descrizioni dei corpi morti delle vittime, oltre che essere non necessarie e irrispettose portano con loro una violenza inaudita che non fa che pesare sulle spalle delle sopravvissute. Infine le foto: gallerie infinite di scatti della vittima col suo carnefice, quasi a voler ricercare in quelle immagini i segni prematuri del delitto in un’ossessiva caccia al movente che come sappiamo non va cercato nella relazione della vittima con il suo assassino ma nella cultura in cui siamo tutt* immers*.

Il saggio della Vagnoli mette in luce quanto ancora il giornalismo italiano debba lavorare per scrivere di femminicidio in modo coerente, rispettoso e funzionale liberandosi dalla stessa misoginia che caratterizza i delitti narrati.

La scrittrice lascia i nomi di associazioni e database che si occupano di femminicidio, fonti attendibili che citiamo di seguito: Istat; Osservatorio femminicidi di “Repubblica” supportato da D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) e GiULiA (Giornaliste Unite Libere e Autonome). Numero antiviolenza: 1522.


Sara Morgia, VD


0 visualizzazioni0 commenti