Anche Cuba produce vaccini

Facciamo qualche passo indietro e torniamo al febbraio del 1962. Siamo in piena Guerra Fredda quando il presidente degli Stati Uniti J.F.Kennedy firma il “Proclama 3447” imponendo l'embargo su ogni tipo di scambio con Cuba. Di conseguenza il governo dovette avviare un programma di nazionalizzazione ed automatizzazione dei vari settori produttivi. Fu così che Fidel Castro, ben consapevole delle mancanze che le restrizioni avrebbero causato in ambito sanitario, decise di investire sulla realizzazione di un sistema di salute nazionale fortemente incentrato sulla ricerca. Il programma messo in atto prevedeva la costruzione di numerosi ospedali nelle aree urbane e rurali dell’isola, la creazione di programmi di formazione del personale medico e di prevenzione di malattie infettive e croniche, con un’attenzione particolare allo studio dei vaccini. Allora come oggi, ciascun cittadino poteva accedere gratuitamente alle cure, il cui costo era interamente coperto dagli investimenti statali. Con il tempo ciò ha favorito il crearsi di una condizione piuttosto anomala: nonostante l'economia da terzo mondo, la violazioni di alcuni dei diritti umani fondamentali, l'isola presenta un livello di assistenza sanitaria il quale non ha niente da invidiare ai Paesi occidentali più sviluppati. Non a caso infatti, il governo investe sulla sanità l'11% del suo Pil (WHS, 2016), possiede un'aspettativa di vita in linea con la media europea e vanta il più alto rapporto medici-popolazione al mondo. Forte di questo modello, la gestione della pandemia da parte dello Stato si è dimostrata alquanto efficace: su un totale di 11 milioni di abitanti, i numeri dei contagi sono finora rimasti bassi e si è registrata una percentuale di guarigione che si aggira intorno al 92%. Nel corso degli anni le Nazioni Unite hanno votato più di una ventina risoluzioni a favore della rimozione dell’embargo, non riuscendo ad ottenere tuttavia risposte concrete dagli Stati Uniti. Neanche la pandemia è stata in grado di smuovere qualcosa. A causa di questo Cuba si è ritrovata a dover fronteggiare anche l’impossibilità di ricevere le dosi di vaccino recentemente lanciate sul mercato ed è stata dunque costretta ad organizzarsi da sola. Non c’è da sorprendersi quindi, se oggi l'8% (New York Times) dei vaccini antiCovid già arrivati in fase sperimentale è prodotto in questo luogo. In tutto sono quattro: Soberana01 e Soberana02 sviluppati dal Finlay Institute Avana; Abadala e Mambisa sviluppati da BioCubaFarma, centro di ingegneria genetica e biotecnologica. La somministrazione dei primi tre avviene per iniezione, quella del quarto attraverso uno spray nasale. Di questi il più avanzato è il Soberana02, il primo vaccino interamente studiato ed elaborato in America Latina. Attualmente si trova in Fase2 ed è stato testato su 900 pazienti. Per verificarne l’effettiva validità il prossimo passo sarà la Fase3, in cui il test verrà attuato su un più ampio campione di 50.000 persone. Data l’impossibilità di condurre tale operazione sull’isola, causa lo scarso numero di contagiati, l'Istituto Finlay ha stipulato un accordo con l’Iran al fine di svolgere in questo paese parte delle sperimentazioni. Il direttore dell’istituto Vicente Varez si è detto assai ottimista e con la capacità di produrre 100 milioni di dosi spera entro l’anno di riuscire a vaccinare tutti gli abitanti dell’isola. Successivamente si procederà in collaborazione con l’OMS, a distribuirlo all’estero, in particolar modo nei paesi in via di sviluppo, dove la popolazione rischia di rimanere scoperta. Per l’appunto, secondo quanto riportato da alcune associazioni come Amnesty International e Oxfam, i paesi ricchi, i quali costituiscono solo il 14% della popolazione mondiale, hanno già prenotato il 53% dei vaccini disponibili, col pericolo di creare importanti condizioni di squilibrio che andranno a svantaggio dei paesi economicamente meno avanzati. Quella di Cuba in ambito sanitario è un’impresa, che dovrebbe far riflettere sul valore e la necessità di una sanità che sia accessibile a tutti, in un momento storico in cui la pandemia ha messo in luce i danni causati dall’eccessiva privatizzazione di questo settore.

Alessandro La Rosa IVB