ALDO MORO: 43 anni fa


Il 15 marzo 1978, un fioraio trova il furgoncino con cui si reca usualmente a lavoro con una gomma forata, dopo qualche imprecazione, riesce a riparare il danno e ad essere puntuale a lavoro. Il giorno successivo trova tutte e 4 le ruote a terra, dopo molte più imprecazioni, le sostituisce e si reca a lavoro, ma in ritardo.

Era il 16 marzo 1978, quell’inconveniente non era fortuito. Non doveva arrivare in orario al suo luogo di lavoro, all’incrocio tra via Trionfale e via Mario Fani. Incrocio dove alle 9:02 di quello stesso giorno un commando della colonna romana delle Brigate Rosse rapì il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, uccidendo tutti i membri della sua scorta.

Sono passati 43 anni e molti aspetti di questa vicenda, che ha visto coinvolte le più alte cariche politiche dell’epoca, la loggia massonica P2, la Banda della Magliana, la Nuova Camorra organizzata di Raffaele Cutolo e gli stessi servizi segreti italiani, sono sconosciuti al pubblico.

Perché dovrebbe interessarci così tanto proprio questo caso? In primo luogo perché è una testimonianza importantissima dell’Italia e di quell’epoca. La tensione che si respirava nelle città, le forze dell’ordine dispiegate ad ogni angolo del Paese ed, il terrorismo politico sono caratteristiche di quel tempo che dovrebbe essere impresso nella memoria collettiva di tutti noi italiani.

L’onda lunga della guerra fredda si sentiva ovunque, dalle scuole agli edifici governativi. Mentre nelle Aule del Parlamento i senatori e i deputati si affrontavano verbalmente, nelle piazze studenti della mia stessa età si scontravano violentemente; lo schema era lo stesso: capitalisti contro comunisti, destra contro sinistra, terrorismo nero contro rosso. Non era raro sentire di ragazzi uccisi in manifestazioni contro le forze dell’ordine, o assassinati dalla fazione politica opposta: il nome “Anni di Piombo” è un’ottima sintesi della vita dell’epoca. Il terrorismo era lo spettro che dominava l’opinione pubblica e la vita quotidiana di milioni di italiani, con l’uccisione, quasi giornaliera, di avvocati, membri delle forze dell’ordine e dell’esercito, magistrati, procuratori, ma anche di attivisti, sindacalisti e manifestanti.


Nello stesso 1978 si stava verificando un evento politico unico. Aldo Moro e i parlamentari della corrente di sinistra della DC stavano lavorando per garantire alla Nazione un “compromesso storico”; in modo tale che il Partito Comunista Italiano sarebbe entrato a far parte della maggioranza di governo, riunendo nella stessa compagine governativa i due partiti che spaccavano in due la nazione con una mossa bipartisan senza precedenti.

Non tutti però apprezzavano questa proposta,: gli USA e gli altri membri della NATO non vedevano di buon occhio la presenza al governo del partito comunista più grande d’Europa, così come l’ala andreottiana della DC. Dall’altra parte del panorama politico, l’estrema sinistra si era distaccata dal PCI sia in Parlamento, sia nelle strade, e le BR erano il braccio armato del dissenso di sinistra al compromesso storico.

Diversi particolari del Caso Moro sono rimasti, tutt’oggi, poco chiari ed è doveroso analizzarli. È bene però attenersi solamente ai fatti così come riportati in dichiarazioni ufficiali, non ci vuole molto per perdersi ed addentrarsi in un qualcosa che smette di assomigliare alla realtà ed inizia ad essere più simile alle teorie complottiste. Ne illustrerò qualcuno e vedrete che la realtà fa già paura da sola.

I Servizi segreti italiani erano all’epoca una serie di agenzie dedite, come dovrebbe essere, a diversi compiti di intelligence legati alla conservazione e protezione dell’ordine democratico, all’intelligence militare e al controspionaggio. Non ci aspetteremmo, dunque, di vederli coinvolti nella creazione di un depistaggio riguardante le condizioni di Moro. Invece, il 18 aprile 1978 viene rinvenuto un comunicato delle BR, il cosiddetto “Comunicato n. 7”, nel quale si annuncia l’uccisione di Moro e l’ubicazione del suo cadavere, nel lago della Duchessa.

Oggi è accertato che questo non fu altro che un artificio, prodotto dal falsario Toni Chichiarelli su commissione diretta dei servizi segreti per sbloccare lo stallo della situazione.

Non ci aspetteremmo nemmeno di trovare il colonnello Guglielmi del SISMI (Servizio di informazione ed intelligence militare) proprio all’incrocio dove è avvenuto il rapimento. Questi racconterà di trovarsi in quella via perché “invitato a pranzo da un amico”, il colonnello Armando D’Ambrosio, residente in via Stresa. D’Ambrosio negò di averlo invitato, dicendo che si erano visti solamente per qualche minuto poiché Guglielmi si era dileguato affermando che “doveva essere accaduto qualcosa”. Il deputato Sergio Flamigni, già membro delle Commissioni d’inchiesta sul caso Moro e sulla P2, di Guglielmi scrisse che era “uno dei migliori addestratori di Gladio, esperto di tecniche di imboscata, che lui stesso insegnava in una base sarda dove si esercitavano anche gli uomini di Stay Behind (ndr. una milizia paramilitare organizzata, addestrata e finanziata dalla NATO con membri dell’estrema destra europea)””.

La criminalità organizzata sembra coinvolta nel rapimento di Moro con le trattative per la liberazione del leader democristiano.

Il pentito della Banda della Magliana Maurizio Abbatino ha raccontato che <<Cutolo ci ha mandato un personaggio politico a parlare per vedere se sapevamo dov’era il covo di Moro>>. Il “personaggio politico” era il deputato democristiano Flaminio Piccoli(2 volte segretario della DC e più volte presidente). <<Franco (Giuseppucci, uno dei fondatori della Banda) disse dov’era il covo delle Brigate Rosse. Comunicò dove avrebbero potuto trovare Moro. Ma l’informazione fu ignorata. Ce lo chiese [di cercarlo, ndr] Cutolo attraverso Nicolino Selis. Lo cercammo[..]. Comunque la prigione era in zona nostra, in via Gradoli. Riportammo la notizia a Flaminio Piccoli , che arrivò da noi mandato da Cutolo. Non partecipai alla discussione, […], andò solo Franco che poi mi riportò la richiesta: trovare la prigione di Aldo Moro. Nient’altro. [..]. Avremmo solo dovuto comunicare l’indirizzo. Pochi giorni dopo Franco passò l’informazione.>>

Da queste rivelazioni sembrano emergere rapporti tra Raffaele Cutolo, il boss della Nuova Camorra Organizzata, ed un esponente di spicco della Democrazia Cristiana, il quale ignorò l’informazione consegnatagli. E non è tutto: il pentito Tommaso Buscetta, membro della Commissione Interprovinciale di Cosa Nostra, raccontò che nel carcere di Cuneo fu avvicinato da Ugo Bossi, un uomo al servizio di Francis Turatello (capobanda di un giro di malavita a Catania), affinché si attivasse per liberare Moro, ma riferì che i brigatisti detenuti a Cuneo non sapevano nulla: Bossi, davanti ai magistrati, dirà che erano stati i Servizi Segreti a nominarlo intermediatore.

Buscetta nelle deposizioni come collaboratore di giustizia dirà che nella Commissione si erano formati due fronti: quelli a favore della liberazione di Moro e coloro che vi si opponevano. Il clan contrario alla liberazione dei corleonesi riferì, attraverso il suo referente romano Giuseppe Calò, che ai politici della Democrazia Cristiana interessava Moro morto, poiché aveva iniziato a collaborare con le BR e a rivelare segreti compromettenti per Giulio Andreotti. Questi eventi, comprovati da atti giudiziari ed indagini, sono solo alcuni degli aspetti del rapimento utili a capire i motivi per cui è di vitale importanza ricordare Aldo Moro e il suo rapimento.


Gabriele Colella, VB


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Vorrei fosse illegale amarti, soffrire per colpa degli altri. Vorrei dirti cosa provo ma poi che penseresti? Vorrei dirti cosa sono, ma poi mi guarderesti allo stesso modo? Mi hai detto la verità e mi