Alcuni uomini

“Come in tutte le guerre, la strategia che si deve attuare prevede innanzitutto la conoscenza del nemico e in secondo luogo l’accerchiamento da due versanti: quello repressivo e quello preventivo. Come ci ha ricordato più volte Paolo Borsellino, la mafia è innanzitutto un fenomeno criminale che va combattuto con una efficace azione giudiziaria, ma è anche un fenomeno sociale che nasce da una mentalità, si diffonde con una cultura, si manifesta in atteggiamenti di passività, connivenze, cedevolezze, e va arginato mediante una battaglia culturale”.

(La Malapianta, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso)

ALCUNI UOMINI… è una collana che nasce oggi, con un’intenzione ben precisa. Difatti sappiamo che ormai in Italia è presente una specifica prassi, nata molto tempo fa: quella della subordinazione e del silenzio rispetto a certi fattori quali la criminalità organizzata, i delitti di genere mafioso, la corruzione, la controinformazione, il compromesso morale. L’intenzione di questa collana è quella di violare coscientemente questo comportamento e intende farlo attraverso il doveroso ricordo di alcuni uomini, che hanno dato la loro vita per noi; attraverso l’informazione riguardo determinati meccanismi e delitti; attraverso l’esempio; attraverso il confronto e la riflessione su alcuni nostri comportamenti, sui nostri doveri e sulle nostre possibilità di poter combattere e abbattere questa piaga limitante che è la mafia.

Questa collana non nasce per un capriccio di ideale o per passione riguardo uno specifico tema; sicuramente la passione sarà impiegata nella stesura dei testi che in questa collana saranno presentati, ma il vibrante moto che dà alla luce il medesimo progetto è la consapevolezza di un dovere, del nostro dovere di cittadini e di esseri umani, poiché sentiamo sulle spalle il grave peso delle vite di molte persone che, giovani e non, madri, padri, figli, hanno dato tutto per la società in cui vivevano, rimanendo talvolta barbaramente uccisi solo per non voler dare spazio al torto, alla violenza e alla prevaricazione che dilagano, rimanendo troppo spesso invisibili ai nostri occhi.

La mafia esiste: sembra banale ma poter fare un’affermazione di questo tipo è un’immensa conquista. Fino a pochi anni fa infatti, i mafiosi operavano, uccidevano e rubavano grazie al sistema dell’omertà e del falso mito che “la mafia non esiste, è una voce nell’aria, dell’aria”. È per questo che è importante parlarne e combatterla a viso aperto.

Si pensi alla pandemia da CoronaVirus: sembra invisibile, alla vista sensibile non esiste per nessuno, tuttavia inizia a diventare un problema quando entra in contatto con noi e con i nostri familiari; è certo che non tutti abbiamo le armi o conosciamo i mezzi necessari a contrastarlo, per questo entrano in gioco poi medici, infermieri e virologi che combattono in prima linea per noi per debellare la pandemia ma che chiedono il nostro solidale aiuto, invitandoci ad indossare le mascherine e ad evitare il più possibile qualsiasi eventuale veicolo di contagio. Ci forniscono dei mezzi semplici e quotidiani per combattere insieme a loro questa battaglia, ma se solo una ristretta fetta della popolazione seguisse le loro indicazioni? Queste direttive si svuoterebbero del loro significato e della loro efficacia. Nel nostro piccolo rendiamo ben poco: ma se il nostro piccolo fosse connesso al piccolo di ognuno di noi, allora diventerebbe tanto, si sferrerebbe un duro colpo al virus e il tempo per sconfiggere questo nemico invisibile si ridurrebbero.

Così la mafia. Apparentemente non la vediamo, ma lede noi, i nostri familiari, la ricerca medico-scientifica, la politica; è un vero e proprio morbo. Chi di noi ama ammalarsi? Nessuno, allora tutti insieme dobbiamo combattere questa piaga, facendo riferimento a chi è esperto e chi ha le armi per combatterlo: giudici, forze di polizia e giornalisti. Loro sono i nostri medici, infermieri e virologi che combattono con sentenze, investigazioni, articoli, e anche loro hanno bisogno del nostro contributo: hanno bisogno che noi tutti facciamo il nostro piccolo che diventa grande, che ci ribelliamo al pizzo, alla prevaricazione, che ci asteniamo dall’omertà.

È vero che per combattere un nemico, dobbiamo conoscerlo e poterlo distinguere: dobbiamo conoscere cosa sono la mafia e la mentalità mafiosa.

Tante sono le congetture che vengono formulate sull’origine della parola mafia. Tra di esse, quella che riteniamo più utile per descrivere a pieno questo fenomeno, è la proposta avanzata da G.M. Da Aleppo e G. M. Calvaruso (Le fonti Arabiche del dialetto siciliano, Vocabolario Siciliano) e rilanciata con qualche correzione da M. Salem Elsheikh (Gli interscambi culturali e socio-economici fra l’Africa Settentrionale e l’Europa mediterranea), secondo la quale la parola mafia sarebbe resa dall’arabismo mo’afiah. Tale termine viene tradotto con “arroganza”,” tracotanza”, “prevaricazione”. Tuttavia ci sono ulteriori proposte sul significato di questa parola. Occorre tener conto che gli scrittori siciliani del secondo Ottocento sono concordi nel sostenere che il significato primitivo di mafia era “eleganza, braveria, eccellenza”. Allo stesso modo nei dialetti centro-meridionali “mafia”, o meglio “maffia”, era un sinonimo di “spocchia”: l’esibire la propria ricchezza, un'ostentazione inopportuna da guardare con sospetto e rispetto.

Secondo un’altra ipotesi, il termine mafia è influenzato anche da Maffeo, variante di Matteo, personaggio biblico appartenente alla serie dei nomi biblici in -eo con significato dispregiativo. Infatti l'unico ricco tra gli Apostoli era Matteo, pubblicano, era solito, prima di seguire Gesù, mettere in mostra la propria ricchezza.

Queste tre proposte, da sole, rappresentano la linfa che si trova alla base di un fenomeno ormai radicato da secoli, che si estende mediante fitte reti di comunicazioni e rapporti commerciali in tutte le parti del mondo. L’arroganza, l’omertà, la prevaricazione, la braveria e l’ostentazione del potere sono il nutrimento del grande mostro nominato Mafia, un mostro che con i propri tentacoli ha tenuto incatenate intere famiglie, vite e territori dalla straordinaria bellezza.

Ma, citando le parole del giudice Giovanni Falcone, “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. […]”. Ma qual è questo principio?

Considerata come il risultato di una struttura economica e sociale particolarmente arretrata, la mafia nasce come un complesso di organizzazioni criminali sorte in Sicilia nel diciannovesimo secolo. È una compagine che ha trovato terreno fertile soprattutto nella zona centro occidentale dell’Isola: territorio in cui il problema del brigantaggio era molto diffuso.

Inizialmente la mafia si affermò nel periodo che va dal 1860 al 1876 e nacque come manovalanza armata della nobiltà feudale per la repressione delle rivendicazioni dei cittadini. Dopo l'Unità d'Italia, i grandi proprietari terrieri temevano di perdere i possedimenti dunque ricorsero alla mediazione dei cosiddetti “amministratori” che diventarono sempre più potenti: questi amministratori, mediante le intimidazioni, costrinsero i contadini a pagare il “pizzo” per scongiurare la distruzione dei raccolti e l'uccisione del bestiame. Le squadre “mafiose” iniziarono dunque a controllare l'intera campagna, poi le aree urbane, e infine divenne la vera protagonista con l’entrata nel mondo politico.

Negli anni '60 la mafia era particolarmente concentrata nel mondo industriale, mentre, dagli anni '80, inizia il suo processo di contaminazione del mondo finanziario. Negli ultimi decenni ha saputo applicare la mentalità del privilegio, della violenza e dell'estorsione in nuove attività e nuove aree di interesse. Gli uomini di mafia hanno sempre avuto una sola legge: la legge del più forte, che spadroneggia, che domina su tutto. Una formula che ha avuto come conseguenza il deterioramento socio-economico dell’intero Mezzogiorno.

In Italia, il vero nemico da combattere è la mentalità mafiosa. È questa la vera origine della serie di leggi e comportamenti che rendono potenti e spietate le organizzazioni criminali, che quotidianamente esercitano il proprio potere sui cittadini, usurpandone la libertà.

Solidarietà con i potenti e non con i deboli, privilegio e non uguaglianza, violenza e non armonia, questo modo di agire e di pensare, appartengono a tutte le famiglie mafiose in Italia e nel Mondo, bisogna imparare a conoscerle, a dare loro un nome e, infine, iniziare progressivamente ad emarginarle.


Raffaele Maria Alberto Pergolizzi, IVE

Alessandro Neculai Manole, IVE



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Vorrei fosse illegale amarti, soffrire per colpa degli altri. Vorrei dirti cosa provo ma poi che penseresti? Vorrei dirti cosa sono, ma poi mi guarderesti allo stesso modo? Mi hai detto la verità e mi