AFGHANISTAN

«“Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge?” […] “Ama il Signore, Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Tale è il massimo dei comandamenti. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti, dipendono tutta la Legge e i Profeti”».

(Gesù a un dottore della legge, Mt 22, 37-40)

«O gente, in verità vi abbiamo creato maschio e femmina e abbiamo fatto di voi popoli vari e tribù affinché vi conosceste a vicenda; il più nobile di voi è colui che ama e teme Dio».

(049 – Sura Al-Hujurat, Corano)

«“Perché portate una piastrina di riconoscimento al collo e una fra i lacci degli stivali?” “Così se saltiamo su una trappola esplosiva riconoscono i pezzi del nostro corpo”».

(“Afghanistan, ultima trincea”)

In Afghanistan è successo questo. Da più di vent’anni a questa parte, il crocevia d’Asia ha visto i figli d’occidente e d’oriente cadere macinati nel più importante tritacarne che il nostro secolo abbia mai conosciuto, a partire dai combattimenti con l’esercito sovietico fino alla presa di Kabul, il sedici agosto di quest’anno. Tutto ciò ha però una parola chiave, un unico filo rosso che lega gli svariati avvenimenti cui il mondo assiste dalla fine del ‘900: “talebani”. Come mai questa parola è così importante, come mai i talebani sono così forti, come mai hanno piegato un Paese mettendone in ginocchio la popolazione e arrivando a farsi chiamare “i signori della guerra e dell’oppio”?

La loro storia travagliata non è mai stata una storia di pace, né d’amore. Il loro nome deriva dalla parola araba italianizzata “taliban”, e significa letteralmente “studente”: in particolare si definiscono “studenti coranici” e così, automaticamente, difensori della religione islamica. Dai tempi della guerra con i sovietici sino a oggi, i talebani hanno quindi sempre inteso definirsi in questo modo; tuttavia mai hanno dato un vero riscontro concreto a questa loro denominazione. Per coerenza, seguendo idealmente il proprio culto, avrebbero dovuto bandire la coltivazione dell’oppio, combattere la corruzione, condannare l’uso di droghe e arrivare a garantire la pace in Afghanistan e vivere ispirandosi alla legge coranica e, quindi, di Allah.

Nella pratica, invece, non hanno rispettato quasi nulla, oltraggiando i diritti dell’umanità, sottomettendo le donne, facendosi corrompere dalla forza economica dell’oppio e trasformando, ormai anche formalmente, l’Afghanistan in un vero e proprio narco-stato, controllando quasi il 90% del traffico di eroina mondiale, ed arrivando addirittura a battere il triangolo d’oro. E in fondo, seppure fossero rimasti “semplici” guerriglieri, forse non avrebbero comunque reso gloria al loro Dio: Allah ha nell’Islam altri 99 nomi che definiscono i Suoi attributi, tra i quali As-salam, la Pace, uno dei più noti e conosciuti dai fedeli. Molti genitori musulmani scelgono come nome per i loro figli “Abdussalam”, il servo della Pace. Combattendo, uccidendo e facendo guerra, sicuramente non servono la Pace.

Di fatto, la guerra con i talebani scoppia nel 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle da parte di Al-Qaida, l’organizzazione terroristica guidata fino al 2011 dal terrorista Osama Bin Laden. Il comando per l’attentato, infatti, era partito dall’Afghanistan, dove i terroristi di Al-Qaida erano rifugiati sotto la protezione dei talebani; questi controllavano, in quel periodo, più della metà del territorio afghano. Così, con la dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti all’Afghanistan e quindi ai talebani, ricominciò l’inferno, stavolta destinato a durare altri vent’anni.

Inizialmente gli americani e la NATO portarono un’importante speranza al popolo afghano: quella di cacciare via per sempre la guerra e i talebani, tanto forte che il sacrificio degli uomini persi sul campo valeva abbastanza per continuare a combattere. Ma dopo tanti anni e 3544 morti solo dalla parte della NATO, e tantissimi feriti da entrambe le parti, quello che abbiamo capito è che l’Afghanistan non si può conquistare, almeno non con le armi. Questa consapevolezza sembra essere stata maturata solo dalla Cina, la quale - da quando è caduta Kabul - si è subito interessata ad avere contatti con il nuovo governo instaurato. L’Afghanistan è stato il “Vietnam” dei sovietici, il nuovo Vietnam degli americani e la terra desolata, disgraziata e straziata che ha fatto versare ai suoi figli lacrime amare e di sangue per averla persa e per vederla così umiliata dalla Storia. E per il popolo afghano, se prima c’era la speranza di vivere senza più paura, adesso sembra esserci solo la prospettiva di una paura eterna: come se fossero condannati a scontare una pena per un peccato che non hanno mai commesso.


Raffaele Pergolizzi VE


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